Uomini/12
L'uomo ideale
Continuano tutti a dire che è carino. Non ci avevi fatto caso, però. Il primo a trovarlo carino è il tuo amico gay: ti domanda pure se a tuo avviso è etero oppure no. A dire il vero non ne sei tanto sicura, ma, soprattutto, non ti sei occupata dell'argomento. Forse perché a te non sembra poi neanche tanto carino. Non che sia brutto, tutt'altro. Per di più è squisito: gentile e disponibile. Bravissimo nel suo lavoro, ma, insomma, se il gay non avesse attirato la tua attenzione su di lui, non ci avresti proprio pensato.E, dopo il gay, arriva l'amica: «è proprio carino». Ne convieni e l'argomento non si apre neppure. Chiuso per sempre. O, almeno, così credi.
Poi arriva il momento dei saluti. Ed è allora che fai una cosa che non hai mai fatto prima. Non sai neppure perché. Non c'è nulla di premeditato: è solo la mossa che ti viene naturale. Prendi il suo volto tra le mani e gli dai i due baci di rito. Lì per lì niente di che: l'unico pensiero che ti attraversa vagamente è «ha una barba morbidissima». Non è neppure un pensiero compiuto, giusto così: una sensazione, qualcosa che noti, ma senza che la tua mente o il tuo corpo la sottolineino troppo.
Eppure è stata una scossa. O forse solo un seme che hai involontariamente piantato. Sembrava un gesto da mamma in qualche modo, anche se l'età che vi separa è troppo poca (ma comunque immensa: ha quindici anni meno di te) per avere un atteggiamento materno nei suoi confronti.
Non ti sei accorta di quasi nulla, insomma, però quella stessa notte sogni di lui. E non riesci più a levartelo dalla testa. Non fai nulla per avvicinarlo: non lo chiami, non gli scrivi. Tra l'altro è lontanissimo: due città diverse e scarsissime possibilità di rivederlo. Te la metterai via.
Salvo che è lui a cercarti. Per lavoro, si intende. Almeno così tu pensi.
«Sei in città?» esordisce. «Casualmente sì» replichi laconica. «Allora perché non passi a salutarci? Magari stasera, tipo 18.30, così ci prendiamo un aperitivo tutti insieme». Il cuore ti salta nel petto, ma cerchi di ragionare: 'fanculo, virginie, si parla di lavoro: è un Pr e si sta comportando da Pr, evita i ricami. Comunque rispondi, quel che credi essere glaciale: «Ok. Mi dai l'indirizzo?».
E alle sei e ventinove fai risuonare il «dlin dlon» di rigore nell'ufficio. Ti apre lui e, misericordia, hai di nuovo un tuffo al cuore. Ma di che stai sognando, cogliona?
Saluti, baci di rito ed entri nell'ufficio. Saluti anche Dania, bella come sempre. E carina, e affettuosa. Ma impegnatissima. Chiacchiera un po' con te, ma, in breve, saluta e se ne va.
Restate in due. Potresti anche andartene, in fondo. Ma lui ti chiede cosa vuoi bere. E tu rispondi secondo le regole: «quel che bevi tu». Solo che ti sembra di avere le scalmane anche se la menopausa ancora non sai che sia.
Sparisce e torna con due flûte: «Merci» dice. Di che non si sa. Minchia, tra breve hai 50 anni e ti comporti come un'adolescente. Sei una donna di mondo, perdiana. Per giunta datata. Animo.
Brindi e sorseggi. Ti fa visitare i luoghi: l'ufficio. E il monolocale che gli fa da punto d'appoggio quand'è in città. Ti invita a sedere. Sul letto. Che fa anche da divano, nei 15 metri quadrati che gli servono da casa.
Sei già altrove. E pensi come uscire da qui. Poi lui si siede accanto a te. Sul letto-divano, naturalmente. Ti dice cose che capisci poco (lavoro, progetti etc.). Poi ti fissa negli occhi: «E tu?». E io? Io che? Io vorrei solo morderti le labbra adesso, tesoro. Invece sorridi. E non rispondi. Lui, più giovane dunque più inesperto, incalza: «Ti fermi per molto tempo?» No, tesoro, appena il tempo di riprendere il fiato.
Cambia discorso. «Scusa, sai, è imbarazzante, ma...». Drizzi le antenne: «Sì?». «Potresti rifarlo?» «?» Pausa. Lunga. «Rifare cosa?». Ti prende le mani e le posa attorno al suo volto: «Questo». Putain. Vorrei morire. Adesso. L'ha notato anche lui. E le mie mani restano là. Incollate al suo viso.
E stai lì. Con il volto di un uomo giovane e bello (o magari non bello, ma carino decisamente sì. E attraente, terribilmente attraente) tra le mani. E avresti voglia di divorarlo. Ma non fai nulla. Sei una carampana arrapata. E sposata, per di più.
Parla lui (beata giovinezza): «Non so come dirlo diversamente, ma mi piaci. Molto». Ti scaraventi sulle sue labbra in meno di un decimo di secondo. Merde, proprio come l'ho sognato. Cazzo sto facendo?
Ci siamo: corrisponde. Vi divorate con le labbra, mentre le mani cominciano a frugare ed esplorare. Ma no, non si può. Non è possibile. Sono vecchia. E grassa. E brutta. Ma le mie labbra continuano a mangiarlo. Oddio.
La sua camicia è già andata e tu sei seminuda. Ma cos'è? Siamo adulti, responsabili e impegnati altrove. Perché cazzo facciamo gli adolescenti imbesuiti? Però gli chiedi di spegnere, o, almeno, di abbassare, la luce. Sai quanto può essere impietosa alla tua età. Dunque ci stai, cogliona. Ci stai.
Ti sembra che non sia mai stato così. O forse è solo che te ne sei scordata. C'è una golosità che non ricordavi. Lo mangeresti e ti mangerebbe: vi divorate. Ma com'è? Non te lo ricordi o non l'hai mai provato?
Si suda (ma siamo superfighi entrambi, profumiamo, non puzziamo. Perciò siamo solo lucidi e bellissimi. Viva il sudore, in questo caso), si ansima, ci si agita. Arriva il momento in cui lui, visibilmente imbarazzato, ti chiede: «Hai un preservativo?». E come, tesoro, come? Sono fedele da un tempo immemorabile, mai avrei pensato di. «No». E vabbè. Nessuno lo dice. Nessuno lo pensa. Ma si va.
Ho fatto appena in tempo a vederlo: superbo. Lungo, diritto, perfetto. Sarà così avere 35 anni. Chi diavolo se lo ricorda. Stavo già con mio marito a 35 anni. E pesavo dieci chili meno. Anche 15, chissà (se ogni tanto mi pesassi, avrei un'idea, magari). Mi rendo conto ora che è bellissimo: non grande ma asciutto, il ventre piatto, le cosce sublimi, le spalle, mmmmh. Cos'ho da offrirgli? Rubens?
E comunque apprezza. Lecca il mio sterno come fosse perfetto. Le mie tette (beh, vabbé) lo fanno impazzire. Persino la mia pancetta briochosa sembra eccitarlo. Dio, come lo voglio. Non faccio in tempo a pensarlo che arriva. E quasi svengo. Perché non ci credo. Perché non so nulla. Perché sono fedele. Perché non avrei saputo come evitarlo. Perché lo stringo. E lo voglio. E lo sento. Ed è mio.
Vorrei nascondermi e invece ho la lingua tra le labbra. E salgo. E lo prendo. E lo guardo. E mi guarda. E. Non voglio venire. Né lo vuole lui. Voglio tutto. E continuo. E inarco. E spinge. E bacio. E morde. E lecco. E sfiora. E.
«Vorrei restare lì. Dentro di te. Per sempre». Magari è una minchiata. Ora come ora non lo so. Ma lui sta lì e io voglio che ci stia.
Quando esce siamo ancora appiccicati. E sussurra e parla e titilla e morde. E ce l'ha di nuovo in tiro. Non so come. E mi ri-vuole. E io ho fame. Di lui e in assoluto. E non so. Non so. Non so. Non so. Non so. Pluf.
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