i dadà di virginie

Dadà per via del "Tristram Shandy" e dell'hobby-horse, "bastone con testa di cavallo o cavallino a dondolo; in senso traslato qualsiasi occupazione, diversa da quella professionale, perseguita per svago, quindi anche mania, fissazione, pallino. Sull'esempio della parola inglese i francesi coniarono dadà". Meglio non avrei saputo dirlo (ma saperlo dà un altro senso a dadaismo, no?).

14 settembre 2011

Uomini/12

L'uomo ideale

Continuano tutti a dire che è carino. Non ci avevi fatto caso, però. Il primo a trovarlo carino è il tuo amico gay: ti domanda pure se a tuo avviso è etero oppure no. A dire il vero non ne sei tanto sicura, ma, soprattutto, non ti sei occupata dell'argomento. Forse perché a te non sembra poi neanche tanto carino. Non che sia brutto, tutt'altro. Per di più è squisito: gentile e disponibile. Bravissimo nel suo lavoro, ma, insomma, se il gay non avesse attirato la tua attenzione su di lui, non ci avresti proprio pensato.
E, dopo il gay, arriva l'amica: «è proprio carino». Ne convieni e l'argomento non si apre neppure. Chiuso per sempre. O, almeno, così credi.
Poi arriva il momento dei saluti. Ed è allora che fai una cosa che non hai mai fatto prima. Non sai neppure perché. Non c'è nulla di premeditato: è solo la mossa che ti viene naturale. Prendi il suo volto tra le mani e gli dai i due baci di rito. Lì per lì niente di che: l'unico pensiero che ti attraversa vagamente è «ha una barba morbidissima». Non è neppure un pensiero compiuto, giusto così: una sensazione, qualcosa che noti, ma senza che la tua mente o il tuo corpo la sottolineino troppo.
Eppure è stata una scossa. O forse solo un seme che hai involontariamente piantato. Sembrava un gesto da mamma in qualche modo, anche se l'età che vi separa è troppo poca (ma comunque immensa: ha quindici anni meno di te) per avere un atteggiamento materno nei suoi confronti.
Non ti sei accorta di quasi nulla, insomma, però quella stessa notte sogni di lui. E non riesci più a levartelo dalla testa. Non fai nulla per avvicinarlo: non lo chiami, non gli scrivi. Tra l'altro è lontanissimo: due città diverse e scarsissime possibilità di rivederlo. Te la metterai via.
Salvo che è lui a cercarti. Per lavoro, si intende. Almeno così tu pensi.
«Sei in città?» esordisce. «Casualmente sì» replichi laconica. «Allora perché non passi a salutarci? Magari stasera, tipo 18.30, così ci prendiamo un aperitivo tutti insieme». Il cuore ti salta nel petto, ma cerchi di ragionare: 'fanculo, virginie, si parla di lavoro: è un Pr e si sta comportando da Pr, evita i ricami. Comunque rispondi, quel che credi essere glaciale: «Ok. Mi dai l'indirizzo?».
E alle sei e ventinove fai risuonare il «dlin dlon» di rigore nell'ufficio. Ti apre lui e, misericordia, hai di nuovo un tuffo al cuore. Ma di che stai sognando, cogliona?
Saluti, baci di rito ed entri nell'ufficio. Saluti anche Dania, bella come sempre. E carina, e affettuosa. Ma impegnatissima. Chiacchiera un po' con te, ma, in breve, saluta e se ne va.
Restate in due. Potresti anche andartene, in fondo. Ma lui ti chiede cosa vuoi bere. E tu rispondi secondo le regole: «quel che bevi tu». Solo che ti sembra di avere le scalmane anche se la menopausa ancora non sai che sia.
Sparisce e torna con due flûte: «Merci» dice. Di che non si sa. Minchia, tra breve hai 50 anni e ti comporti come un'adolescente. Sei una donna di mondo, perdiana. Per giunta datata. Animo.
Brindi e sorseggi. Ti fa visitare i luoghi: l'ufficio. E il monolocale che gli fa da punto d'appoggio quand'è in città. Ti invita a sedere. Sul letto. Che fa anche da divano, nei 15 metri quadrati che gli servono da casa.
Sei già altrove. E pensi come uscire da qui. Poi lui si siede accanto a te. Sul letto-divano, naturalmente. Ti dice cose che capisci poco (lavoro, progetti etc.). Poi ti fissa negli occhi: «E tu?». E io? Io che? Io vorrei solo morderti le labbra adesso, tesoro. Invece sorridi. E non rispondi. Lui, più giovane dunque più inesperto, incalza: «Ti fermi per molto tempo?» No, tesoro, appena il tempo di riprendere il fiato.
Cambia discorso. «Scusa, sai, è imbarazzante, ma...». Drizzi le antenne: «Sì?». «Potresti rifarlo?» «?» Pausa. Lunga. «Rifare cosa?». Ti prende le mani e le posa attorno al suo volto: «Questo». Putain. Vorrei morire. Adesso. L'ha notato anche lui. E le mie mani restano là. Incollate al suo viso.
E stai lì. Con il volto di un uomo giovane e bello (o magari non bello, ma carino decisamente sì. E attraente, terribilmente attraente) tra le mani. E avresti voglia di divorarlo. Ma non fai nulla. Sei una carampana arrapata. E sposata, per di più.
Parla lui (beata giovinezza): «Non so come dirlo diversamente, ma mi piaci. Molto». Ti scaraventi sulle sue labbra in meno di un decimo di secondo. Merde, proprio come l'ho sognato. Cazzo sto facendo?
Ci siamo: corrisponde. Vi divorate con le labbra, mentre le mani cominciano a frugare ed esplorare. Ma no, non si può. Non è possibile. Sono vecchia. E grassa. E brutta. Ma le mie labbra continuano a mangiarlo. Oddio.
La sua camicia è già andata e tu sei seminuda. Ma cos'è? Siamo adulti, responsabili e impegnati altrove. Perché cazzo facciamo gli adolescenti imbesuiti? Però gli chiedi di spegnere, o, almeno, di abbassare, la luce. Sai quanto può essere impietosa alla tua età. Dunque ci stai, cogliona. Ci stai.
Ti sembra che non sia mai stato così. O forse è solo che te ne sei scordata. C'è una golosità che non ricordavi. Lo mangeresti e ti mangerebbe: vi divorate. Ma com'è? Non te lo ricordi o non l'hai mai provato?
Si suda (ma siamo superfighi entrambi, profumiamo, non puzziamo. Perciò siamo solo lucidi e bellissimi. Viva il sudore, in questo caso), si ansima, ci si agita. Arriva il momento in cui lui, visibilmente imbarazzato, ti chiede: «Hai un preservativo?». E come, tesoro, come? Sono fedele da un tempo immemorabile, mai avrei pensato di. «No». E vabbè. Nessuno lo dice. Nessuno lo pensa. Ma si va.
Ho fatto appena in tempo a vederlo: superbo. Lungo, diritto, perfetto. Sarà così avere 35 anni. Chi diavolo se lo ricorda. Stavo già con mio marito a 35 anni. E pesavo dieci chili meno. Anche 15, chissà (se ogni tanto mi pesassi, avrei un'idea, magari). Mi rendo conto ora che è bellissimo: non grande ma asciutto, il ventre piatto, le cosce sublimi, le spalle, mmmmh. Cos'ho da offrirgli? Rubens?
E comunque apprezza. Lecca il mio sterno come fosse perfetto. Le mie tette (beh, vabbé) lo fanno impazzire. Persino la mia pancetta briochosa sembra eccitarlo. Dio, come lo voglio. Non faccio in tempo a pensarlo che arriva. E quasi svengo. Perché non ci credo. Perché non so nulla. Perché sono fedele. Perché non avrei saputo come evitarlo. Perché lo stringo. E lo voglio. E lo sento. Ed è mio.
Vorrei nascondermi e invece ho la lingua tra le labbra. E salgo. E lo prendo. E lo guardo. E mi guarda. E. Non voglio venire. Né lo vuole lui. Voglio tutto. E continuo. E inarco. E spinge. E bacio. E morde. E lecco. E sfiora. E.
«Vorrei restare lì. Dentro di te. Per sempre». Magari è una minchiata. Ora come ora non lo so. Ma lui sta lì e io voglio che ci stia.
Quando esce siamo ancora appiccicati. E sussurra e parla e titilla e morde. E ce l'ha di nuovo in tiro. Non so come. E mi ri-vuole. E io ho fame. Di lui e in assoluto. E non so. Non so. Non so. Non so. Non so. Pluf.

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01 dicembre 2009

Uomini/11

L’indiscutibile fascino dell’idraulico

Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa: confesso che fino a ieri avevo sempre fatto fatica a capire perché gli idraulici fossero così spesso protagonisti delle fantasie erotiche femminili (e omo? non lo so, magari pure). E sì, che nel 2005, ai tempi in cui si discuteva della direttiva Bolkestein, in Francia spopolava il manifesto di quel ganzo di “idraulico polacco” che vedete qui sopra. Si supponeva evidentemente che i fantomatici “idraulici polacchi” sbarcassero in massa a rubare il lavoro ai francesi. E, visto il fisico, a carpire loro anche le mogli.
Tutto ciò avveniva fino a ieri. Quando, improvvisamente, ho avuto bisogno dei servizi professionali di un idraulico. Non so per quale celeste benedizione l’ho trovato in un men che non si dica: mi è toccato aspettarlo soltanto due ore.
Per via di un sistema di ingresso parecchio complicato sono andata ad attenderlo davanti al portone. Mentre scrutavo tutti gli individui grassocci e baffuti (il mio immaginario è bizzarro, lo so) in avvicinamento, mi sono trovata d’un tratto davanti un biondino niente male. “Toh, chi l’avrebbe detto che era lui l’idraulico” penso, mentre lui, galante, mi chiede se sono io “la bella signora che l’ha chiamato”. Spicciati i convenevoli si sale e, mentre il biondo si mette al lavoro, continuiamo a flirtare superficialmente.
La perdita, sembra, viene da altrove: dunque si impone una visita in portineria. È così che l’idraulico e io ci ritroviamo in ascensore con un’arzilla vecchietta. “Ma lo sa che lei somiglia a Pinco Pallino?” si rivolge garrula la signora al “mio” idraulico. Pinco Pallino non ho la più pallida idea di chi sia, ça va sans dire, ma l’attempata civettuola insiste: “Non gliel’hanno mai detto? Due gocce d’acqua. Gli stessi occhi azzurri”. È allora che vengo fulminata e lo guardo dritto nell’iride: accidenti, ha ragione la sciura, il “mio” idraulico ha gli occhi azzurri. Però.
Ora che lo guardo meglio trovo che somigli a Guillaume Depardieu. Ma non penso proprio si tratti dell’attore nominato dall’anziana allumeuse: Guillaume Depardieu è morto e, di solito, in queste cose, le vecchiette hanno ritegno.
Non attendo neppure che le porte dell’ascensore si richiudano dietro la signora per rivolgermi al biondino: “Beh, si direbbe che ha fatto colpo”. Il biondino si schermisce, gioca alla vergine pudibonda e conclude che, per fortuna, abbasso nettamente l’età media degli abitanti dell’immobile. Cosa che, naturalmente, è tutt’altro che vera.
Ormai, però, il gioco della seduzione è aperto. Il “mio” idraulico mi fa pensare a un altro biondino nel cui letto mi sono infilata una notte di grossomodo 24 anni fa. All’epoca il biondino aveva qualche anno più di me, all'incirca 30, direi: una differenza di età di sette anni o giù di lì. Il biondino che ho davanti ora ne avrà 35. La differenza fa dodici. Tutti a mio svantaggio.
E già mi pento: ma che razza di calcoli sto facendo? Sarò mica scema a pensare sul serio all’idraulico? Mentre credo di essermi ripresa, il biondino si infila sotto il lavandino, la testa nell’armadietto, celata alla vista. Mi chiede, da laggiù, di aprire il rubinetto. Pronta e vispa, mi metto a cavalcioni del corpo steso sul pavimento. In piedi: una gamba a destra e una a sinistra del bacino del signore. L’occhio mi cade sul polso, il ragazzo si tiene al lavabo con una mano e mentre mi perdo a studiargli le vene vengo colta da una consapevolezza istantanea: ecco perché l’idraulico.
È allora che la seconda folgorazione mi salva: mia madre non si sarebbe mai trovata a gambe divaricate sopra uno sconosciuto. Sarebbe stata discretamente di lato, il più lontano possibile da quel signore, in una posizione scomoda e maldestra, ma pudibonda e corretta. Così mi sposto. Appena in tempo: un istante dopo la testa dell’idraulico emerge da sotto il lavabo. Pericolo scampato. Almeno fino al prossimo sorriso.

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22 maggio 2009

Uomini/10

Lo spermatico

“Happy Birthday, Mr. President”. Scema. È così scema che manco si sente scema. Solo vuota, stanca e sola, mentre canticchia sottovoce e circonda con una nuvola la scritta “Happy Birthday, Mr. President”.
Com’è che ancora non ha dimenticato il giorno del suo compleanno? Sono passati undici anni dallo scandalo, quattordici dai primi incontri che quello scandalo alimentarono. Non che qualcuno se lo sia scordato: ovunque vada, chiunque sia l’interlocutore, prima o poi la lingua va a battere lì, dove il dente duole. Tutte, e, per essere sincera, pure tutti, fanno le stesse domande. Vogliono sapere se ce l’ha piccolo, grosso, stretto, largo, diritto, storto. Se lo porta a destra o a sinistra.
La verità non può dirla: non se lo ricorda. In lui non ha mai visto solo un cazzo. In compenso dopo il suo ne ha conosciuti parecchi altri, così, strano ma vero, il membro presidenziale se l’è scordato. A differenza del giorno del suo compleanno. Chi le crederebbe? Nessuno, perciò risponde, mente e dice quello che tutti vogliono sentirsi dire: “Mr. President ha un cazzo perfetto”. Un cazzo perfetto e un perfetto cazzone, in sintesi.
Che cretina, se ne era pure vantata. Davanti alle altre stagiste e poi con le amiche: “Ehi, ho baciato Mr. President” aveva detto a tutte dopo il 15 novembre 1995, data del primo incontro ravvicinato. “Ma chi ti credi? Marilyn?”. All’epoca nessuno le dava credito. Anche se poi, al tempo dello scandalo, qualcuno che lavorava alla Casa bianca aveva raccontato ai giornali che lei aveva “un’incredibile cotta per il Presidente”. Pure Linda, a essere onesti, le aveva dato retta. Fin troppo: l’aveva addirittura registrata. Dice che l’aveva fatto perché altrimenti, nel caso fosse stata citata in giudizio, tutti avrebbero pensato che la sparasse grossa: il presidente e la stagista, sì, roba da barzelletta. In ogni caso, lei i consigli di Linda li aveva sempre seguiti: aveva inviato i pacchi destinati al presidente via corriere e aveva evitato di mandare il celebre abito blu in tintoria. Che sperava di guadagnarci?
A chiederselo ora non aveva più risposte. Non solo sulla natura del cazzo presidenziale, su tutta la vicenda. Mandarla al Pentagono, nell’aprile 1996, era stato uno stratagemma per allontanarla dal suo presidente o una promozione? Neppure questo sapeva. L’unica cosa di cui era certa era che a lei gli uomini erano sempre piaciuti. E, d’altro canto, gli uomini avevano sempre ricambiato il suo interesse. Mr. President, poi, aveva fama di essere più dongiovanni che donnaiolo: vista, presa, dimenticata. Ma ci sapeva fare, accidenti. Soprattutto con le mani. Mani grandi, da ipnotizzatore, che si infilavano ovunque. Ecco, ecco un’altra cosa che si ricordava: il primo sguardo che il presidente aveva posato su di lei, gli occhi stretti del cacciatore che punta la preda, le labbra che si protendono appena in avanti, pronte a far nascere un sorriso. Allora lei lo aveva provocato, un gioco di seduzione da adolescente più che una mossa da maliarda: aveva mostrato all’uomo più potente degli Stati Uniti l’elastico delle sue mutandine. Dio, che ridere. E che pena.
L’avesse scritta da sola la trama di questo sordido pornofumetto l’avrebbe scritta meglio. Se non altro avrebbe caratterizzato meglio i personaggi da un punto di vista psicologico. Era la sua materia, dopotutto. Invece, mentre sognava di essere la “sua” Marylin, si era fatta plagiare. E non una, ma ben due volte. La prima per passione, la seconda per leggerezza e per vendetta. Ma come non aveva funzionato la passione, così non funzionò la vendetta. Il presidente fu messo alla berlina, impicciato, ma, alla fine, non pagò alcunché. Ora che ci pensava, a quell’altra, quella che poi aveva posato nuda su Penthouse, aveva sganciato 850.000 dollari. Allora era davvero lei l’unica fessa del gruppo.
Quanto a lui, rimase al suo posto, com’era sacrosanto, e a lei non chiese mai scusa. Alla nazione, ai membri del gabinetto della Casa bianca, alla moglie e, presumibilmente, alla figlia, sì. Così, tra una giustificazione e l’altra, il conto, alla fine, aveva dovuto pagarlo lei. Lei e qualche centinaio di afgani e sudanesi colpevoli di essere i meglio piazzati per distrarre il mondo dalle marachelle del presidente: boom, niente di meglio di qualche bomba per far scordare una “relazione fisica impropria”.
Che bastardo. Il presidente degli Stati Uniti non aveva calcolato le conseguenze di una “relazione impropria”. Poteva forse valutarle una stagista stracotta poco più che ventenne? Eppure la storia aveva decretato che tale compito sarebbe spettato a lei. Così, la “relazione impropria” a lei pesava ancora. Ogni giorno. Non tutti sarebbero stati in grado di dire a bruciapelo il nome del quarantaduesimo presidente degli Stati Uniti, ma non uno che sbagliasse la risposta se si chiedeva come si chiamava la donna che a quello stesso quarantaduesimo presidente Usa faceva pompini. Ne avevano parlato e scritto tutti. Persino potenziali premi Nobel, come Philip Roth (1). C’erano intere frasi che aveva imparato a memoria. Quello che Roth faceva dire a Les Farley, uno nella parte del cattivo, sul finire del libro (2), per esempio: “Stavo pensando un mucchio di cose. Stavo pensando a Willie il falso. Stavo pensando al nostro presidente, alla fortuna sfacciata che ha avuto. Stavo pensando a quell’uomo, che casca sempre in piedi, e stavo pensando alla gente che non se la scapola mai (...) Quel figlio di puttana. Pensavo a quello stronzo figlio di puttana che si fa succhiare il cazzo nell’Ufficio Ovale a spese dei contribuenti”. Lei era la donna che, nella circostanza di cui si parlava, stava succhiando il cazzo del presidente. E se, nel caso di lui, l’affaire poteva o meno far parte di quanto si sarebbe ricordato della sua presidenza, nel caso di lei non c’era scampo: era entrata nella storia non con il ruolo di amante, come aveva sognato, ma con quello di pompinara. Il suo nome intero era ormai persino sinonimo di pompinara e il suo cognome di pompino (3).
Quell’estate, del resto, non si parlò d’altro, era “l’estate in cui”, come aveva scritto Roth all’inizio del libro (4), “il segreto di Bill Clinton venne a galla in ogni suo minimo e mortificante dettaglio: in ogni suo minimo e vivido dettaglio, là dove la vita, come la mortificazione, stillava dall’asprezza dei dati specifici. (...) Quella del novantotto (...) fu (...) in America, l’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo - che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese - subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia. (...) No, se non siete vissuti nel 1998 non sapete cos’è l’ipocrisia. (...) Era l’estate in cui il pene di un presidente invase la mente di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora una volta disorientò l’America”.
Ne aveva scritto lei stessa. E ne aveva scritto Mr. President: “Durante il blocco degli uffici amministrativi, alla fine del 1995, quando i pochi a cui era consentito recarsi a lavorare alla Casa Bianca vi restavano fino a tardi, avevo commesso un terribile errore con Monica Lewinsky, e avevo continuato a incontrarla in altre occasioni tra novembre e aprile. Nei dieci mesi successivi non l’avevo più vista, anche se di tanto in tanto ci eravamo sentiti al telefono.
“Nel febbraio 1997 Monica era tra gli ospiti a una registrazione serale del mio discorso settimanale alla radio; al termine mi intrattenni da solo con lei per circa quindici minuti. Ero disgustato di me stesso e, in primavera, quando la rividi, le dissi che era tutto sbagliato, per me, per la mia famiglia e anche per lei, e che non potevo più continuare. (...)
“Quanto avevo fatto con Monica Lewinsky era immorale e stupido. Me ne vergognavo profondamente e non volevo che la storia trapelasse” (5).
Strano modo di ricostruire la storia, la “relazione fisica impropria”. Non un atto di passione, o di libidine, macché, giusto un “terribile errore”. Chissà se qualcuno ci credeva. Gay Talese no di certo. “Da che mondo è mondo - aveva detto lo scrittore - uno dei privilegi del potere è il sesso. La società è maschilista, e uno dei premi del maschio che ha successo è il piacere. Il potente ha più opportunità di procurarselo. Esiste un implicito baratto con la donna. La donna cerca il potente, non il diseredato. Noi facciamo finta di esserne scioccati. (...) Perché mai diventare il presidente degli Stati Uniti se bisogna rinunciare al sesso? Clinton lo considera un addentellato del potere, una delle ricompense dovutegli per la leadership del mondo. Si comportava così da governatore, immaginiamoci da presidente. (...) Sa quante donne ha avuto Kennedy? Era assatanato. (...) Bazzicava con le dive di Hollywood, da Marilyn Monroe in giù, e sotto gli occhi di tutti” (6).
All’inizio aveva pure sfruttato quella indecente popolarità. Poi non ce l’aveva più fatta, si era eclissata e, lentamente, l’interesse nei suoi confronti era calato. Almeno fino all’anno scorso, quando, nel decennale dello scandalo, aveva attraversato un momentaccio: di nuovo tutti la cercavano, sulle tracce di un pezzo fondamentale come “Che fine ha fatto la stagista?”. In seguito, per fortuna, erano tornati il silenzio e l’oblio. A parte la trovata idiota di un giornalista italiano che l’aveva citata a proposito di uno scandalo locale, facendo finta di averla intervistata. Nel colloquio mai avvenuto costui chiedeva “Cosa consiglierebbe a Noëmi?” e le faceva rispondere “Di tenere la bocca chiusa. In tutti i sensi”. Avrebbe potuto smentire, certo, ma l’unica cosa che desiderava era che i riflettori si spegnessero. E replicando al cattivo gusto del giornalista bugiardo non avrebbe fatto altro che ravvivare l’attenzione nei suoi confronti. Tra l’altro non era neppure la prima volta che gli italiani la trattavano da zoccola. Persino la Cassazione la riteneva una puttana. O, almeno, così le aveva raccontato ridendo un conoscente: paragonare una signora a lei era stato ritenuto reato di diffamazione (7).
Era indubbio: lei non era altro che la pompinara più idiota della storia. Tanto valeva berci un po’ sopra. E cantare. “16 agosto 2009. Happy Birthday, Mr. President”.

(1) nel libro La macchia umana
(2) pg.376 dell’edizione Einaudi del 2001
(3) cfr. www.urbandictionary.com/define.php?term=lewinsky
(4) pagg. 4-5, idem
(5) da My life, l’autobiografia scritta da Bill Clinton, qui nella traduzione pubblicata da Panorama il 25 giugno 2004
(6) dal Corriere della Sera del 19 agosto 1998
(7) sentenza 44887. Tra gli altri, cfr. La Repubbica del 3 dicembre 2008

foto: © Corbis Sigma

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03 giugno 2008

Uomini/9

Il redivivo

È bastato un istante di noia. Neppure, forse appena un decimo di secondo di distrazione: il dito ha sfiorato l’icona delle mail sull’iPhone e, voilà, è apparso un messaggio dall’aldilà. Il mittente è Tizio Caio. Il nome lo riconosci immedia- tamente. E sì che sono passati 21 anni. E che avrete passato insieme due, forse tre giorni. Ma, insomma, ti ricordi che si chiamava Tizio Caio. Anche se non ti sembra abbia alcun senso. Come diavolo ti avrà trovato? D’accordo, non è il primo che ti ritrova grazie a Google ad anni di distanza. Però con Tizio non c’era stato granché. Sarà un caso. Sicuro. Ma la curiosità sta ormai galoppando e apri la mail: “Ciao! per caso ci siamo conosciuti in un’isola greca molto tempo fa? Scusa se è un caso di omonimia...Tizio”.
Non so se sia stato per caso. Ma è andata proprio così: ci siamo incontrati - conosciuti, tutto sommato, mi sembra forte, anche se forse Tizio sottintende il senso biblico della cosa - su un’isola greca tanto tempo fa. Ios. Al porto. Entrambi accompagnati, io da un’amica, lui da un amico, ed entrambi in procinto di imbarcarci per Naxos.
La mail mi fa l’effetto di una doccia. Quell’estate, in Grecia, Tizio non era stato l’unico: ero giovane, belloccia ed, evidentemente, in devastante tempesta ormonale. Ma a pensarci ora mi dico che, probabilmente, già allora era il ragazzo che avevo preferito.
Mi guardano tutti strano, attorno. Dico: “Ho appena ricevuto un’e-mail da un tizio che ho conosciuto 21 anni fa in Grecia e non ho mai più visto né sentito”. Si apre un dibattito: chi racconta di aver cercato vecchi compagni di classe, chi se ne frega, chi pensa che il mondo sia pieno di matti. L’essenziale è che nessuno nota che ho la testa tra le nuvole.
Aspetto qualche ora per rispondere, ma rispondo. E, un paio di giorni dopo, ricevo un’altra mail. La corrispondenza si infittisce e finiamo per ritrovarci su Skype. Non stiamo chattando, non stiamo cuccando, a dire il vero non so bene che stiamo facendo. Ci raccontiamo un po’. Giochiamo, forse.
Inevitabile, arriva comunque il giorno in cui ci accorgiamo che, in fondo, non abitiamo lontani: ci separa meno di un’ora e mezza di treno. Il passo seguente è naturale come scivolare sull’olio: potremmo pranzare insieme uno di questi giorni. Potremmo. Perciò possiamo. Spostarsi, ne convengo, è più semplice per me. Fissiamo una data. Tipo domani. No, domani no, è un po’ un casino, meglio dopodomani.
Dopodomani. Come dire adesso. Ho appena chiuso la finestrella di Skype che piombo nell’angoscia. O cazzo, come mi vesto? E, accidenti, mi sa che non mi prendono domani per la ceretta (la ceretta? che c’entra la ceretta?). Meglio che mi compri un reggiseno nuovo. Cosa mi metto, cosa mi metto, cosa mi metto? Mollo tutto e spalanco gli armadi. Non c’è niente che vada bene. Niente di niente. Bisogna che esca: lo shopping si impone.
La carta di credito ha rischiato di prendere fuoco ma, uff, ho rimediato qualcosa di mettibile. E soprattutto un paio di sandali da urlo. Oddio, e se poi piove? Consulto compulsivamente le previsioni del tempo. Qui, là, a metà strada. Non dovrebbe piovere. Ma se piove?
Non piove. I sandali da urlo finisco per metterli in borsa come un’americana media. Più che una borsa sembra un trasloco. Eppure si tratta di una manciata di ore. Poche ore a far che, poi? L’iPhone mi suona a palla nelle orecchie. Per fortuna. Perché non riesco a concentrarmi su una sola linea. Il giornale mi fa schifo. Il libro è faticoso. Leggo le mail. No, no, no, meglio di no, e se avesse cambiato idea?
Mi sento pallida dentro. I sandali mi danno un’andatura da papera e sono certa di essere ridicola. Cerco di camminare disinvolta. Sono percorsa da brividi di freddo. Poi mi viene caldo e mi sudano le mani. Mi fermo un attimo. Prendo fiato. Saranno ancora duecento metri. Devo stare calma. Devo stare calma. Devo stare calma. Estraggo lo specchietto e mi guardo: faccio schifo. Cerco di vedermi in una vetrina. Su gli occhiali, giù gli occhiali. Oddio, questo vestito mi sta malissimo. Mi metto lo scialle? Ah, orribile. Niente scialle. Lo chiamo e gli dico che ho perso il treno? Ma dai.
Il ristorante dove Tizio mi ha dato appuntamento lo conosco. Non gliel’ho detto, però, chissà perché. Il buttafuori apre il pesante portone dell’ingresso. A quanto pare la disinvoltura è rimasta a casa, mi sembra tutto difficilissimo. Il maître viene verso di me. Abbozzo un sorriso e scandisco “ho appuntamento con Tizio Caio”. La cretina che mi abita ride. Cosa gliene frega al maître che io abbia appuntamento con Tizio Caio? Che vuol dire? L’imbarazzo mi mozza il respiro, ma il maître è impassibile. “Prego”, dice, “mi segua”.
Ogni passo mi pesa come se avessi una palla al piede. Perché sono qui, perché sono qui, perché sono qui? Il maître sorpassa una colonna e dice “Prego”. Tizio si alza e mi viene incontro, più splendido che mai. Penso di avere una bocca che disegna un “oh” di meraviglia. Sono diventata muta. Porca vacca. Tizio prende entrambe le mie mani e le sfiora con un bacio. Prima una poi l’altra. La cretina che è in me ha una reazione sorprendente: tira appena le mani di Tizio verso di sé per avvicinarlo e posa un bacio sulla guancia. “Sei sempre bellissima” sussurra lui. “Pensavo sapessi mentire meglio. Dal momento che sei in politica”. Wow, la cretina marca punti. “Se ben ricordo eri caustica anche 21 anni fa”. Sorrido enigmatica e silenziosa. E penso “davvero? Ventun anni fa, quando ero giovane, belloccia, spensierata e cosciallegra, ero già caustica? Allora mi sa che mi hanno fabbricata così”. Vorrei che mi invitasse a ballare. Qui e ora. E, di colpo, ricordo, o credo di ricordare, una cosa: mi piaceva un sacco stare tra le sue braccia. Niente di più naturale: è colpa di quel fatidico metro e novanta a cui non so resistere. Per fortuna gli uomini 190 non lo sanno, ma la verità è limpida: se un 190 me la chiede gliela dò.
Ritorno sulla terra, mentre il mio cavaliere ritira un poco la mia sedia per farmi accomodare e, mentre mi sistemo, mi accarezza le spalle. Da-dan, lo so che ha visto il brivido che mi ha attraversato. Lo so. Lo so. Lo so. “Hai una pelle morbidissima” dice. E io chiudo gli occhi.
Si siede di fronte a me. Accidenti, quanto è bello. Gli occhi me li ricordavo ma la bocca. Aveva già una bocca così 21 anni fa? Parla, domanda, risponde e la cretina che gli sta di fronte funziona benissimo: un perfetto pilota automatico che mi consente di cullarmi nelle mie fantasie.
“Gradisci del vino o sei astemia?” “Deo gratias, astemia proprio no”. “Ti andrebbe una coppa di champagne, tanto per cominciare?”. Mi andrebbe. Ed è tutto quello che ordiniamo per il momento. Non riesco a seguire la conversazione. Per fortuna c’è la cretina che supplisce. Devo farle un regalo alla cretina. Varrà poco ma se non ci fosse lei sarei già fuggita. Mi sento dire (ma sono io o è la cretina?) “già, questo me lo ricordavo: bellissime mani”. Me lo ricordavo? E quando? Sta di fatto che sono bellissime.
E che le posa sulle mie. Mentre ancora attendiamo lo champagne. Ma perché mi tocca tanto? Ok, stai calma, sono solo mani.
Ma ho voglia di baciarlo. Non riesco a staccare gli occhi dalle sue labbra. Che parlano, parlano, parlano. Mentre io vorrei averle addosso. Mi tiene le mani. È chino verso di me. Conversa, suppongo. Che vuole da me? Perché siamo qui?
L’arrivo dello champagne interrompe i flussi, quello magnetico che credo mi attraversi e quell’altro, quasi ininterrotto, delle sue parole.
“Al secondo incontro” dice. E a me viene in mente la canzone. “Champagne, per brindare a un incontro etc.”. Perché champagne? Che c’è da festeggiare? E, di nuovo, perché siamo qui?
È passato a spiegarmi il menu. Peccato non sia stagione di ostriche. “Cosa diavolo vuoi che me ne freghi di mangiare?”, ooops, la cretina ha toppato, l’ha detto ad alta voce, voleva soltanto pensarlo, invece. Mi guarda serio. “Non hai fame?” “Così”. No, sì, forse. Cappesante? E se continuassimo a champagne? Continuiamo, continuiamo. Arrivano le cappesante, lo champagne, il tonno appena scottato ed esaltato da qualche lacrima di aceto balsamico. Ordina tutto lui, fa tutto lui e io lascio fare, docile come non sono mai stata. Allunga la mano destra verso il mio viso e io appoggio la gota sul suo palmo.
La scossa mi attanaglia: è questo che mi era piaciuto. Ricordo, d’un tratto, di avergli detto 21 anni fa, che non era prepotente “perché non lo sei quando fai l’amore”. Il che mi porta a pensare prima di tutto che già ventun anni fa ero abitata da una cretina equivalente a quella che vive in me oggi e, in seguito, che è per questo che mi ricordo così bene di lui, perché non abbiamo ciulato, insieme, abbiamo fatto l’amore.
E mi sono di nuovo distratta. Chissà, nel frattempo, cosa ha combinato la cretina. Sto precipitando nei suoi occhi e già mi immagino una doppia vita. Perché poi non potrei essere io Dona Flor? Il fatto che i miei due mariti siano entrambi vivi mi sembra un dettaglio infimo.
“Dessert?”. Sono indecisa. Lo stomaco è contratto ma vorrei stirare questo istante fino a un prolungamento infinito. La cretina è un genio, la sento dire: “Se no?”. Gioco con la collana, in realtà passo le dita sul décolleté, possibile che mi riesca di sedurlo una seconda volta? “Se ti va un caffè ti porto a bere il migliore della città”. Certo che mi va un caffè. Anche se è all’ammazzacaffè che penso.
Fuori dal ristorante mi tocca il gomito per indicarmi la direzione da prendere. Alzo il viso verso il suo e mi mordo il labbro inferiore. Il suo volto si avvicina pericolosamente al mio. Socchiudo appena le labbra e gli appoggio le mani sulle spalle. Dio, che bacio romantico, sembra quello dell’Hôtel de Ville di Doisneau. E quanto mi piace stare tra le sue braccia.
Le sue labbra mi coprono il viso di baci minuscoli. Anche sugli occhi. Mi dice “so che non mi crederai, ma non era in programma”. Gli metto un dito sulla bocca ma lui mi bacia il polso e prosegue “Neanche 21 anni fa, se è per questo. Ma temo che tu sia magnetica. Almeno per me”. Così è una conferma: sono io che l’ho sedotto. Oggi come allora.
Mi sento un po’ ridicola. Alla nostra età, direbbe mia mamma, non sta granché bene baciarsi in mezzo alla strada. Anche se è più o meno tutto quello che desidero. “Che facciamo?” dice. Gli rispondo come 21 anni fa: “cerchiamo un posto dove fare l’amore”. Ride. Come è bello quando ride. “Non sei cambiata”.
Camminiamo abbracciati verso la sua auto. Di macchine, notoriamente, non so nulla, ma questa la conosco: è la mia Jaguar favorita, anni luce prima che Tata si inglobasse la marca. Il modello non lo conosco, ma è quello che ha attraversato indenne gli Anni 60 e parte dei 70; la più bella Jaguar mai esistita. Magari è più vecchia di lui. Del resto anch’io, se ben ricordo.
Mi bacia ancora prima di avviare il motore, mentre anche la Jaguar mi abbraccia. E poi mi bacia in ascensore e appena chiusa la porta dietro di sé continua a baciarmi. Apro la sua camicia e affondo il viso nel suo petto. Le spalle sono magnifiche. Me lo mangerei, ma mi limito a leccarlo. Lo mordicchio giusto un po’. Per ricordarmi che sapore ha.
Lui mi scopre, a sua volta. Lentamente. Neppure allora aveva fretta. Né furia. Sarà per questo che mi precipita in un pozzo di languore. Mi guarda negli occhi mentre stringo le sue natiche tra le mani. Che signor culo. Seduta sul tavolo lo spingo dentro di me. Sempre senza preservativo. Come 21 anni fa. Che magari c’era l’Aids, però avevo la spirale. Vabbè, che c’entra, sono troppo vecchia per rimanere incinta. Non c’è nessun rischio. E poi lo voglio, dio quanto lo voglio. Le sue mani sulla mia schiena, le sue labbra sul mio petto e il suo uccello che mi esplora. Lo voglio, lo voglio, lo voglio.
Non so come si chiama questo. Forse amore.
Non riusciamo a staccarci l’uno dall’altra. Mi porta al divano e mi riprende tra le braccia. Non ce la faccio, non posso sopportare tutto questo struggimento. È per questo che ricomincio a giocare con il suo uccello. Per questo gli prendo in bocca le palle. Per questo finisco per cavalcarlo, devo tornare in me o annientarmi, sparire, diventare pura luce.
“E ora?” mi mormora tra i capelli. Ora niente. Ora non ci si può pensare. Ora ora e nient’altro. La cretina e io siamo ridiventate una. Così avanzo consapevole nel vuoto mentre il vento Vadinho mi solleva la gonna.

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12 giugno 2007

Uomini/8

Il muto

L’appuntamento è nella camera 501. Non propriamente una suite, ma una grande camera su due livelli. Un salottino con divanetto, poltrona, tavolo, mobile bar, televisione, hi-fi, connessione Internet ed Ethernet. Poi due gradini e la zona notte. Un letto enorme, due abat-jour, due tavolinetti design e una porta che dà sul bagno.
Sono arrivata in anticipo. Molto in anticipo. Voglio avere il tempo di studiare lo spazio. Di interiorizzarlo. Sfioro l’orlo dei mobili con la punta delle dita. E già un brivido di piacere mi corre lungo la spina dorsale.
Una gocciolina di sudore imperla il mio labbro superiore. La lingua corre ad acchiapparla. Alt, devo rimettere il contatore a zero. Sto correndo troppo.
Vado ad appoggiare le spalle contro la porta d’ingresso. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei passi prima di arrivare alla poltrona. Lo attenderò qui? Provo a sedermi. Sistemo la gonna, le calze, controllo che la camicetta sia sbottonata giusto quanto deve.
Guardo l’ora sul cellulare: 17.25. Cinque minuti. Un tempo troppo breve per intraprendere un’azione qualsiasi. E troppo lungo per limitarmi ad aspettare.
Fisso lo sguardo nel vuoto, cercando di dominare l’ansia leggera che mi prende alla gola. Lentamente passo le dita all’interno della fascia che ho attorno al collo e la sposto sugli occhi. Nero. Nero totale.
Stringo il nodo dietro la testa fino a farmi male. Solo un pochino. Per essere sicura che non ceda. Cerco di nascondere il nodo tra i capelli e aspetto.
Sono appena riuscita a distrarmi dall’attesa quando l’agognato toc-toc mi fa sobbalzare. Cerco di controllare il tono della voce per pronunciare la prima parola: “Avanti”.
Sento la porta che si apre e un fruscio di carta. Accidenti, fiori, non me li aspettavo. I passi si avvicinano cauti. Poi le mie orecchie vengono sorprese dal suono liberatorio di una risata. Una risata bellissima, a cascata. Mi vergogno a un punto tale che vorrei smaterializzarmi. Una fantasia così qualunque, così scontata. Ho paura di scoppiare a piangere ma non ne ho il tempo. Ascolto il bouquet atterrare sulla poltrona di fronte a me, ma sono come cieca anche agli odori: nessun profumo.
Poi la sua mano sinistra afferra la mia, mi fa alzare e posa le sue labbra sul mio polso. L’altra mano si appoggia forte al centro della mia schiena e mi spinge contro di lui. Le mie narici, colpite dal suo odore di sandalo, cominciano a fremere. I miei capezzoli sono eretti e spiccano sotto reggiseno e camicetta di seta. Sembriamo avvinghiati in una tragicomica figura di tango. Gli offro la gola e deve abbassarsi parecchio per morderla. Ora ne sono certa: ha la taglia critica, quel fatidico metro e novanta al quale non so resistere.
Mi viene in mente “Le Zèbre” di Alexandre Jardin e ora so con certezza che è soltanto un libro idiota: nessuna donna può fare l’amore con suo marito senza riconoscerlo. Neppure se è bendata. Potrei riconoscere l’uomo che mi stringe tra miliardi di esseri umani.
Il paragone non regge. Non ho niente da riconoscere, io. Quest’uomo non l’ho mai visto. E, almeno per il momento, continuo a non vederlo.
Intanto lui ha cominciato a sbottonarmi la camicetta. Snap, snap, snap, i bottoni scivolano agili tra le asole di seta e le maniche a kimono scorrono veloci lungo le braccia. In un attimo il mio scudo si riduce al minuscolo reggiseno. Contro il ventre sento i bottoni della sua camicia e, più in basso, il suo sesso turgido. Se non mi tenesse così stretta sono certa che mi sarei già trasformata in una pozza d’acqua ai suoi piedi. Non riesco ancora a capacitarmi del fatto che la mia animalità si esprima innanzitutto liquefacendosi, ma sono sciolta, completamente sciolta.
Mi mordo il labbro inferiore mentre lui continua a esplorarmi collo e décolleté. Gli prendo la testa tra le mani e incontro una massa di capelli forti, che immagino neri. Gli sollevo il volto e gli cerco la bocca. Turgida anch’essa. E morbida insieme.
Un attimo dopo mi ha preso in braccio. Vorrei morire: peso un quintale. Non un vero quintale, certo, ma ben più di mezzo quintale. Sono un donnone. E quest’uomo sta esaudendo un desiderio che confesso mal volentieri: sentirmi un esserino fragile, una piccola cosa tra le braccia di un maschio. Non mi era mai successo. Finora.
Sento la tensione dei suoi muscoli sulla pelle della schiena e contro la coscia. Lecco le gocce che gli colano lungo il collo. Lo amo. Lo amo già. Ben prima di arrivare al letto.
Mi posa dolcemente sopra il talamo. Lo allontano e mi metto in ginocchio, lo fronteggio dal letto. O, almeno, così immagino.
In piedi, di fronte a me, mi mette le mani sui fianchi, sbottona e scerniera e fa scivolare la mia gonna. La lasciamo lì, per ora, a imbrigliarmi le ginocchia. E ci baciamo ancora, affogando uno nel respiro dell’altra.
Mi fa sollevare di nuovo e mentre la stupida sottana cade ai miei piedi e io spero di non essere goffa liberandomene, mi fa girare piano su me stessa. Vorrei essere bellissima, solo ora, solo in questo momento, solo per un istante; più che bellissima, anzi, perfetta. Quest’uomo mi soppesa (ahi, no, quello l’ha già fatto), mi valuta, mi misura, mi contempla e io non so neppure che aspetto ho. Credo che proverei lo stesso imbarazzo soltanto se mi ritrovassi in slip e reggiseno in mezzo a una strada affollata. L’unica fonte di sollievo è il pensiero che la lingerie l’ho scelta con estrema cura. Ho provato, incrociato, scartato, selezionato, ripescato. Alla fine il risultato deve per forza essere quello che cercavo. Magra consolazione: la lingerie sarà pure perfetta, ma io no. No di certo.
A lui, però, devo andar bene quanto basta, visto che mi tira verso di sé e affonda il viso tra i miei seni. Sposta la coppa del reggiseno a forza di musate e raggiunge il capezzolo sinistro. Dio, lo voglio, quest’uomo. Che, nel frattempo, si inginocchia davanti a me. E prende in bocca il mio sesso. Tutto. Compresi i miei sublimi slip di seta avorio.
Sento la sua lingua cercare il cammino verso il mio clitoride. Il raso fradicio è una barriera fasulla. Stringo forte la sua testa contro di me: mangiami, bevimi, prendimi. Gli vengo in bocca. Non vedo come potrei non farlo. Non vedo la necessità di resistere all’orgasmo. Vengo e mi aggrappo forte a lui per non cadere. Ma quasi cado. Comunque.
Mentre giaccio, sicuramente scomposta e probabilmente semi incosciente su un copriletto sconosciuto, sento il rumore degli abiti di cui si libera. Mi riprendo, allora. Mi tolgo le calze, scopro il letto, scosto lenzuola e coperte e poi levo il resto, in piedi sul pavimento.
Mi si avvicina da dietro, nudo. Il suo pene si appoggia alle mie natiche, poi cambia strada e si annida tra le gambe. Sono così bagnata che non appena il suo membro bussa quasi scivola dentro da solo. Basta che inarchi la schiena e ci siamo: è mio. Contraggo e rilascio i muscoli interni e so che gradisce il massaggio. Poi mi piega e comincia il suo va e vieni dentro di me.
Accelera. E decide infine di rallentare. Stavo già per venire ancora ma lui ha deciso di no. Esce, invece, e mi invita a sdraiarmi sulla schiena, la testa sul cuscino.
Il suo bacino si avvicina facendosi strada tra le mie gambe aperte. Mi afferra un polso e gli passa attorno qualcosa. Lo stesso accade all’altro. I miei tentativi di ribellione sono patetici. Mi sento un’idiota completa mentre l’uomo annoda i lembi della cravatta, la sua maledetta cravatta, alla testata del letto. Ma lui era già stato qui? La cravatta basta appena per tenere i polsi attaccati ai lembi di pelle intrecciata che formano la testata. Quanto posso essere dannatamente stupida. Mi torna in mente un’altra storia, letta in un altro libro, tipico difetto da lettrice onnivora e ossessiva: tendo a pensare che la vita assomigli alla letteratura. Peccato che prenda sempre spunto da quella cattiva, mai che mi capiti di vivere un capolavoro. In questo momento poi, se tutto accade come nel “Calorifero”? si chiamava così? potrebbe essere un incubo. O esattamente quello che voglio. Una serie di uomini che si avvicendano attorno e dentro al mio corpo senza che io neppure me ne accorga. Se non parecchio più tardi. Credo di avere paura, ma lui si rituffa tra le mie gambe e perdo qualsiasi cognizione e ritegno. Mi inarco, mi abbandono, mi contraggo, mi offro, tutto insieme e tutto distinto. Non so quante volte vengo, né dove si trovino la sua bocca, le sue mani, le sue cosce e il suo pene. Non so se il liquido che mi bagna è saliva, muco, sperma, olio o crema idratante. Non so nulla. Se non che il flipper che ho in testa è andato in tilt.
Quando mi riprendo ho la sensazione di essere sola. Libero i polsi e le mani e mi levo la benda dagli occhi. Effettivamente nella camera non c’è più traccia della sua presenza. Accarezzo la memoria del corpo. È tutto quello che mi resta: non ho un volto né una voce cui aggrapparmi.

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06 ottobre 2006

Metropoltrip

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07 agosto 2006

Uomini/7

L'antispermatico

È una figura mitica, l’Araba fenice della specie maschile. O, almeno, è un uomo di specie rara. Così rara che molte donne saranno tentate di pensare che non esista. C’è però tutta una tradizione maschile al riguardo. Orale, ma pure scritta. Un esempio? Massimo Fini: “Se potesse l'uomo farebbe volentieri a meno di scopare, è un dovere, una fatica”*. Ma vi pare? Intere generazioni di nonne e mamme che non hanno mai capito un’ostrega: ore e ore a spiegare alle fanciulle in fiore che gli uomini pensano solo a quello e invece ai maschietti gli fa schifo. Un’infinità di stupide battaglie a difendere strenuamente una verginità che, a ben vedere, non interessava nessuno.
Però, che esista o no, l’antispermatico, bello da far paura, con quello sguardo languido che ti promette mille carezze e quel modo di parlare basso e quasi addosso che ti mette i brividi, ama raccontarsi. E lamentarsi. Più o meno così. “Una volta ero a Chia per un congresso” debutta. Poi svilisce il tutto un pochino, di quel giusto: “Niente di speciale, sai, una di quelle cose fatte per dovere… e poi comunque buttala via la Sardegna…” E riprende: “Insomma, saremo stati una trentina, non di più. Fatto sta che arriva l’ultima sera: aperitivo, cena, spettacolo, tutto compreso nel prezzo. Mentre mi infilo la camicia penso che avrei voglia di scappare. E quando viene il momento di annodare la cravatta sono già certo che non lo farò e mi metto a cercare una strategia qualsiasi per evitare almeno i colleghi più noiosi. Senza un piano preciso, finisco per scendere e fare il possibile per passare inosservato. Sai, tipo fingere quel tanto di imbarazzo sufficiente a tenere lontani quelli che non ti conoscono bene.
“Poi la vedo: uno schianto in sottoveste lunga che sembra volare sul pavimento, con due coppe di champagne in mano. Sorride. E sembra puntare diritta verso il sottoscritto. Mi giro istintivamente per vedere che faccia ha il fortunato. Dietro di me il nulla. Nel frattempo lei tende il braccio, mi fiata addosso ‘ciao-sono-rossana,-benvenuto’, e mi porge la flûte. Il mio ego si sgonfia rapidamente, Rossana si rivela essere la pr dell’albergo: la sua accoglienza mozzafiato è lavoro. Però non mi molla. E torno a essere tronfio come un tacchino quando la bella mi sussurra che non conosce nessuno dei congressisti e che le farebbe piacere se mi sedessi al suo tavolo. Altrimenti cenerà sola.
“Due coppe di champagne più tardi siamo nell’angolo più discreto dell’affollato ristorante, soli, e uno di fronte all’altro. Sono certo che Rossana e io siamo diventati il bersaglio preferito di tutti gli occhi presenti. Chissenefrega, penso. Questa donna non è solo una sventola, è anche intelligente. Flirta con grazia e cervello e poi ha un modo di muovere le braccia… fa questi gesti ampi e alti, evoca e ammalia… la cosa più sorprendente è che non sembra neppure essere consapevole del suo fascino. Una bomba, ti dico”. Tu storci il naso perché un pensierino su quest’antispermatico del cavolo ce l’avevi fatto, a confessarla tutta; ma a lui non sembra importare granché, visto come ti racconta di questa maliarda sconosciuta. E, mentre tu fai il muso tra te e te, lui procede imperterrito.
“Beh, parliamo, mangiamo, beviamo, ridiamo e al dessert mi sembra di conoscerla da sempre. Ho completamente dimenticato congresso e colleghi, Milano, la mia fidanzata e perché sono qui. Sono completamente assorbito dall’attimo. E dalla donna che ho di fronte. Quando lei dice ‘facciamo un giro?’ mi sembra la più naturale e la più innocente delle domande. Camminiamo fianco a fianco, così vicini che posso sentire il fruscio del suo abito in seta, ma senza toccarci. E continuiamo a parlare. Davanti alla spiaggia lei si appoggia al mio braccio per sfilarsi i sandali e riprende a camminare sulla sabbia a piedi nudi. Mi sento un po’ ridicolo con le scarpe, le stringhe, le calze, la cravatta e tutto il mio armamentario, ma la voce di Rossana, le dune e il rumore del mare mi chiamano, così continuo la mia marcia”. Inevitabile chiedersi, ormai, perché l’antispermatico ti voglia a tutti i costi mettere a parte di questa sua avventura da romanzo da appendice. Ma non hai tempo di riflettere troppo, perché, dopo quella che crede una pausa a effetto, il bel tenebroso prosegue: “quando la raggiungo è appena oltre l’ultima duna. In piedi, ferma, a guardare la luna e le onde e le stelle… hai presente lo scenario, no? Le arrivo alle spalle e la circondo con le braccia, tipo quadretto uniti-nella-contemplazione. Qualche istante dopo Rossana si scioglie dall’abbraccio e, prendendomi la mano, mi invita a sedere. Mentre parliamo trovo il modo di liberarmi di scarpe, calze e cravatte senza sembrare troppo goffo. Almeno spero. Di tanto in tanto ci sfioriamo ma è più un caso che altro. È ormai notte fonda quando Rossana ha freddo e si accoccola tra le mie gambe, protetta dalle mie spalle e dalle mie braccia. Mi sembra di non essermi mai sentito così a mio agio con una donna. Sto così bene che persino il silenzio è leggero tra noi. Tutto tace, noi compresi, ed è un attimo davvero perfetto. Dura fin quando mi accarezza gli omeri e gli avambracci e si spezza appena quando posa le labbra sui miei polsi in microscopici baci.
“Pochi istanti dopo ho la bocca che preme avida sulla sua nuca e, inevitabilmente, ci baciamo sul serio. Non ci tengo a sembrarti sdolcinato ma ti giuro che avrei voluto che durasse in eterno. Infatti proseguo su quella falsariga di languore: carezze, baci trepidi, tanti abbracci e tanto silenzio. Finché Rossana mi sembra spazientita e, seccata e ansimante, finisce per incollarmisi addosso, mettermi la mano alla patta, sollevare il vestito e… beh, il resto lo immagini, no?”.
«Le donne pur di arrivare al dunque sono disposte a tutto, ad arrampicarsi sul lampadario, a ballare nude sul tavolo, a camminare su quattro zampe, a mostrare come fanno pipì, e persino a far vedere il fondo delle loro mutandine, ma alla fine le devi fottere»**. Poi sigla: “sarebbe stato così perfetto… Macché… per Rossana bisognava per forza approdare lì”. Mentre annuisce convinto a se stesso e al suo racconto, ti glissa una mano tra le cosce. Diretta verso l’alto. E a questo punto tu hai una sola certezza: anche questa sera l’antispermatico, per te, è destinato a rimanere una leggenda.

* “Di(zion)ario erotico”, alla voce “Atto sessuale”.
**Ancora Massimo Fini in “Di(zion)ario erotico”, alla voce “Perversioni”.

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