<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583</id><updated>2011-10-21T15:19:49.109+02:00</updated><category term='Random'/><category term='Sviluppi imprevisti'/><category term='Uomini'/><title type='text'>i dadà di virginie</title><subtitle type='html'>Dadà per via del "Tristram Shandy" e dell'hobby-horse, "bastone con testa di cavallo o cavallino a dondolo; in senso traslato qualsiasi occupazione, diversa da quella professionale, perseguita per svago, quindi anche mania, fissazione, pallino. Sull'esempio della parola inglese i francesi coniarono dadà". Meglio non avrei saputo dirlo (ma saperlo dà un altro senso a dadaismo, no?).</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>16</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-2717250864171765114</id><published>2011-09-14T16:59:00.007+02:00</published><updated>2011-09-14T17:50:58.836+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/12&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'uomo ideale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-Av22OQlEatc/TnDBo7BAjkI/AAAAAAAABoE/tNtmbUOIYGE/s1600/mani.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 193px; height: 261px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-Av22OQlEatc/TnDBo7BAjkI/AAAAAAAABoE/tNtmbUOIYGE/s320/mani.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5652230441130823234" /&gt;&lt;/a&gt;Continuano tutti a dire che è carino. Non ci avevi fatto caso, però. Il primo a trovarlo carino è il tuo amico gay: ti domanda pure se a tuo avviso è etero oppure no. A dire il vero non ne sei tanto sicura, ma, soprattutto, non ti sei occupata dell'argomento. Forse perché a te non sembra poi neanche tanto carino. Non che sia brutto, tutt'altro. Per di più è squisito: gentile e disponibile. Bravissimo nel suo lavoro, ma, insomma, se il gay non avesse attirato la tua attenzione su di lui, non ci avresti proprio pensato.&lt;br /&gt;E, dopo il gay, arriva l'amica: «è proprio carino». Ne convieni e l'argomento non si apre neppure. Chiuso per sempre. O, almeno, così credi.&lt;br /&gt;Poi arriva il momento dei saluti. Ed è allora che fai una cosa che non hai mai fatto prima. Non sai neppure perché. Non c'è nulla di premeditato: è solo la mossa che ti viene naturale. Prendi il suo volto tra le mani e gli dai i due baci di rito. Lì per lì niente di che: l'unico pensiero che ti attraversa vagamente è «ha una barba morbidissima». Non è neppure un pensiero compiuto, giusto così: una sensazione, qualcosa che noti, ma senza che la tua mente o il tuo corpo la sottolineino troppo.&lt;br /&gt;Eppure è stata una scossa. O forse solo un seme che hai involontariamente piantato. Sembrava un gesto da mamma in qualche modo, anche se l'età che vi separa è troppo poca (ma comunque immensa: ha quindici anni meno di te) per avere un atteggiamento materno nei suoi confronti. &lt;br /&gt;Non ti sei accorta di quasi nulla, insomma, però quella stessa notte sogni di lui. E non riesci più a levartelo dalla testa. Non fai nulla per avvicinarlo: non lo chiami, non gli scrivi. Tra l'altro è lontanissimo: due città diverse e scarsissime possibilità di rivederlo. Te la metterai via.&lt;br /&gt;Salvo che è lui a cercarti. Per lavoro, si intende. Almeno così tu pensi.&lt;br /&gt;«Sei in città?» esordisce. «Casualmente sì» replichi laconica. «Allora perché non passi a salutarci? Magari stasera, tipo 18.30, così ci prendiamo un aperitivo tutti insieme». Il cuore ti salta nel petto, ma cerchi di ragionare: 'fanculo, virginie, si parla di lavoro: è un Pr e si sta comportando da Pr, evita i ricami. Comunque rispondi, quel che credi essere glaciale: «Ok. Mi dai l'indirizzo?».&lt;br /&gt;E alle sei e ventinove fai risuonare il «dlin dlon» di rigore nell'ufficio. Ti apre lui e, misericordia, hai di nuovo un tuffo al cuore. Ma di che stai sognando, cogliona?&lt;br /&gt;Saluti, baci di rito ed entri nell'ufficio. Saluti anche Dania, bella come sempre. E carina, e affettuosa. Ma impegnatissima. Chiacchiera un po' con te, ma, in breve, saluta e se ne va.&lt;br /&gt;Restate in due. Potresti anche andartene, in fondo. Ma lui ti chiede cosa vuoi bere. E tu rispondi secondo le regole: «quel che bevi tu». Solo che ti sembra di avere le scalmane anche se la menopausa ancora non sai che sia.&lt;br /&gt;Sparisce e torna con due flûte: «Merci» dice. Di che non si sa. Minchia, tra breve hai 50 anni e ti comporti come un'adolescente. Sei una donna di mondo, perdiana. Per giunta datata. Animo.&lt;br /&gt;Brindi e sorseggi. Ti fa visitare i luoghi: l'ufficio. E il monolocale che gli fa da punto d'appoggio quand'è in città. Ti invita a sedere. Sul letto. Che fa anche da divano, nei 15 metri quadrati che gli servono da casa.&lt;br /&gt;Sei già altrove. E pensi come uscire da qui. Poi lui si siede accanto a te. Sul letto-divano, naturalmente. Ti dice cose che capisci poco (lavoro, progetti etc.). Poi ti fissa negli occhi: «E tu?». E io? Io che? Io vorrei solo morderti le labbra adesso, tesoro. Invece sorridi. E non rispondi. Lui, più giovane dunque più inesperto, incalza: «Ti fermi per molto tempo?» No, tesoro, appena il tempo di riprendere il fiato.&lt;br /&gt;Cambia discorso. «Scusa, sai, è imbarazzante, ma...». Drizzi le antenne: «Sì?». «Potresti rifarlo?» «?» Pausa. Lunga. «Rifare cosa?». Ti prende le mani e le posa attorno al suo volto: «Questo». Putain. Vorrei morire. Adesso. L'ha notato anche lui. E le mie mani restano là. Incollate al suo viso. &lt;br /&gt;E stai lì. Con il volto di un uomo giovane e bello (o magari non bello, ma carino decisamente sì. E attraente, terribilmente attraente) tra le mani. E avresti voglia di divorarlo. Ma non fai nulla. Sei una carampana arrapata. E sposata, per di più.&lt;br /&gt;Parla lui (beata giovinezza): «Non so come dirlo diversamente, ma mi piaci. Molto». Ti scaraventi sulle sue labbra in meno di un decimo di secondo. Merde, proprio come l'ho sognato. Cazzo sto facendo?&lt;br /&gt;Ci siamo: corrisponde. Vi divorate con le labbra, mentre le mani cominciano a frugare ed esplorare. Ma no, non si può. Non è possibile. Sono vecchia. E grassa. E brutta. Ma le mie labbra continuano a mangiarlo. Oddio.&lt;br /&gt;La sua camicia è già andata e tu sei seminuda. Ma cos'è? Siamo adulti, responsabili e impegnati altrove. Perché cazzo facciamo gli adolescenti imbesuiti? Però gli chiedi di spegnere, o, almeno, di abbassare, la luce. Sai quanto può essere impietosa alla tua età. Dunque ci stai, cogliona. Ci stai.&lt;br /&gt;Ti sembra che non sia mai stato così. O forse è solo che te ne sei scordata. C'è una golosità che non ricordavi. Lo mangeresti e ti mangerebbe: vi divorate. Ma com'è? Non te lo ricordi o non l'hai mai provato?&lt;br /&gt;Si suda (ma siamo superfighi entrambi, profumiamo, non puzziamo. Perciò siamo solo lucidi e bellissimi. Viva il sudore, in questo caso), si ansima, ci si agita. Arriva il momento in cui lui, visibilmente imbarazzato, ti chiede: «Hai un preservativo?». E come, tesoro, come? Sono fedele da un tempo immemorabile, mai avrei pensato di. «No». E vabbè. Nessuno lo dice. Nessuno lo pensa. Ma si va.&lt;br /&gt;Ho fatto appena in tempo a vederlo: superbo. Lungo, diritto, perfetto. Sarà così avere 35 anni. Chi diavolo se lo ricorda. Stavo già con mio marito a 35 anni. E pesavo dieci chili meno. Anche 15, chissà (se ogni tanto mi pesassi, avrei un'idea, magari). Mi rendo conto ora che è bellissimo: non grande ma asciutto, il ventre piatto, le cosce sublimi, le spalle, mmmmh. Cos'ho da offrirgli? Rubens?&lt;br /&gt;E comunque apprezza. Lecca il mio sterno come fosse perfetto. Le mie tette (beh, vabbé) lo fanno impazzire. Persino la mia pancetta briochosa sembra eccitarlo. Dio, come lo voglio. Non faccio in tempo a pensarlo che arriva. E quasi svengo. Perché non ci credo. Perché non so nulla. Perché sono fedele. Perché non avrei saputo come evitarlo. Perché lo stringo. E lo voglio. E lo sento. Ed è mio.&lt;br /&gt;Vorrei nascondermi e invece ho la lingua tra le labbra. E salgo. E lo prendo. E lo guardo. E mi guarda. E. Non voglio venire. Né lo vuole lui. Voglio tutto. E continuo. E inarco. E spinge. E bacio. E morde. E lecco. E sfiora. E.&lt;br /&gt;«Vorrei restare lì. Dentro di te. Per sempre». Magari è una minchiata. Ora come ora non lo so. Ma lui sta lì e io voglio che ci stia.&lt;br /&gt;Quando esce siamo ancora appiccicati. E sussurra e parla e titilla e morde. E ce l'ha di nuovo in tiro. Non so come. E mi ri-vuole. E io ho fame. Di lui e in assoluto. E non so. Non so. Non so. Non so. Non so. Pluf.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-2717250864171765114?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/2717250864171765114/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=2717250864171765114' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/2717250864171765114'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/2717250864171765114'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2011/09/uomini12-luomo-ideale-luomo-ideale.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-Av22OQlEatc/TnDBo7BAjkI/AAAAAAAABoE/tNtmbUOIYGE/s72-c/mani.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-7266302103867478484</id><published>2009-12-01T11:50:00.008+01:00</published><updated>2011-09-14T17:50:39.051+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/11&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’indiscutibile fascino dell’idraulico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxT3ciuzYsI/AAAAAAAABUg/cUhctevvMic/s1600/idraulico%2Bpolacco.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 275px; height: 275px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxT3ciuzYsI/AAAAAAAABUg/cUhctevvMic/s320/idraulico%2Bpolacco.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410221122110317250" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa&lt;/span&gt;: confesso che fino a ieri avevo sempre fatto fatica a capire perché gli idraulici fossero così spesso protagonisti delle fantasie erotiche femminili (e omo? non lo so, magari pure). E sì, che nel 2005, ai tempi in cui si discuteva della direttiva Bolkestein, in Francia spopolava il manifesto di quel ganzo di “idraulico polacco” che vedete qui sopra. Si supponeva evidentemente che i fantomatici “idraulici polacchi” sbarcassero in massa a rubare il lavoro ai francesi. E, visto il fisico, a carpire loro anche le mogli.&lt;br /&gt;Tutto ciò avveniva fino a ieri. Quando, improvvisamente, ho avuto bisogno dei servizi professionali di un idraulico. Non so per quale celeste benedizione l’ho trovato in un men che non si dica: mi è toccato aspettarlo soltanto due ore.&lt;br /&gt;Per via di un sistema di ingresso parecchio complicato sono andata ad attenderlo davanti al portone. Mentre scrutavo tutti gli individui grassocci e baffuti (il mio immaginario è bizzarro, lo so) in avvicinamento, mi sono trovata d’un tratto davanti un biondino niente male. “Toh, chi l’avrebbe detto che era lui l’idraulico” penso, mentre lui, galante, mi chiede se sono io “la bella signora che l’ha chiamato”. Spicciati i convenevoli si sale e, mentre il biondo si mette al lavoro, continuiamo a flirtare superficialmente.&lt;br /&gt;La perdita, sembra, viene da altrove: dunque si impone una visita in portineria. È così che l’idraulico e io ci ritroviamo in ascensore con un’arzilla vecchietta. “Ma lo sa che lei somiglia a Pinco Pallino?” si rivolge garrula la signora al “mio” idraulico. Pinco Pallino non ho la più pallida idea di chi sia, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;ça va sans dire&lt;/span&gt;, ma l’attempata civettuola insiste: “Non gliel’hanno mai detto? Due gocce d’acqua. Gli stessi occhi azzurri”. È allora che vengo fulminata e lo guardo dritto nell’iride: accidenti, ha ragione la sciura, il “mio” idraulico ha gli occhi azzurri. Però.&lt;br /&gt;Ora che lo guardo meglio trovo che somigli a Guillaume Depardieu. Ma non penso proprio si tratti dell’attore nominato dall’anziana &lt;span style="font-style:italic;"&gt;allumeuse&lt;/span&gt;: Guillaume Depardieu è morto e, di solito, in queste cose, le vecchiette hanno ritegno.&lt;br /&gt;Non attendo neppure che le porte dell’ascensore si richiudano dietro la signora per rivolgermi al biondino: “Beh, si direbbe che ha fatto colpo”. Il biondino si schermisce, gioca alla vergine pudibonda e conclude che, per fortuna, abbasso nettamente l’età media degli abitanti dell’immobile. Cosa che, naturalmente, è tutt’altro che vera.&lt;br /&gt;Ormai, però, il gioco della seduzione è aperto. Il “mio” idraulico mi fa pensare a un altro biondino nel cui letto mi sono infilata una notte di grossomodo 24 anni fa. All’epoca il biondino aveva qualche anno più di me, all'incirca 30, direi: una differenza di età di sette anni o giù di lì. Il biondino che ho davanti ora ne avrà 35. La differenza fa dodici. Tutti a mio svantaggio.&lt;br /&gt;E già mi pento: ma che razza di calcoli sto facendo? Sarò mica scema a pensare sul serio all’idraulico? Mentre credo di essermi ripresa, il biondino si infila sotto il lavandino, la testa nell’armadietto, celata alla vista. Mi chiede, da laggiù, di aprire il rubinetto. Pronta e vispa, mi metto a cavalcioni del corpo steso sul pavimento. In piedi: una gamba a destra e una a sinistra del bacino del signore. L’occhio mi cade sul polso, il ragazzo si tiene al lavabo con una mano e mentre mi perdo a studiargli le vene vengo colta da una consapevolezza istantanea: ecco perché l’idraulico.&lt;br /&gt;È allora che la seconda folgorazione mi salva: mia madre non si sarebbe mai trovata a gambe divaricate sopra uno sconosciuto. Sarebbe stata discretamente di lato, il più lontano possibile da quel signore, in una posizione scomoda e maldestra, ma pudibonda e corretta. Così mi sposto. Appena in tempo: un istante dopo la testa dell’idraulico emerge da sotto il lavabo. Pericolo scampato. Almeno fino al prossimo sorriso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-7266302103867478484?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/7266302103867478484/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=7266302103867478484' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/7266302103867478484'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/7266302103867478484'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2009/12/lindiscutibile-fascino-dellidraulico.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxT3ciuzYsI/AAAAAAAABUg/cUhctevvMic/s72-c/idraulico%2Bpolacco.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-131751377511170249</id><published>2009-05-22T15:39:00.010+02:00</published><updated>2011-09-14T17:51:31.388+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/10&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo spermatico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/Shaunrq0jrI/AAAAAAAAAiw/smgaj4q7xuM/s1600-h/ph3.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 214px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/Shaunrq0jrI/AAAAAAAAAiw/smgaj4q7xuM/s320/ph3.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5338646405054762674" /&gt;&lt;/a&gt;“Happy Birthday, Mr. President”. Scema. È così scema che manco si sente scema. Solo vuota, stanca e sola, mentre canticchia sottovoce e circonda con una nuvola la scritta “Happy Birthday, Mr. President”.&lt;br /&gt;Com’è che ancora non ha dimenticato il giorno del suo compleanno? Sono passati undici anni dallo scandalo, quattordici dai primi incontri che quello scandalo alimentarono. Non che qualcuno se lo sia scordato: ovunque vada, chiunque sia l’interlocutore, prima o poi la lingua va a battere lì, dove il dente duole. Tutte, e, per essere sincera, pure tutti, fanno le stesse domande. Vogliono sapere se ce l’ha piccolo, grosso, stretto, largo, diritto, storto. Se lo porta a destra o a sinistra.&lt;br /&gt;La verità non può dirla: non se lo ricorda. In lui non ha mai visto solo un cazzo. In compenso dopo il suo ne ha conosciuti parecchi altri, così, strano ma vero, il membro presidenziale se l’è scordato. A differenza del giorno del suo compleanno. Chi le crederebbe? Nessuno, perciò risponde, mente e dice quello che tutti vogliono sentirsi dire: “Mr. President ha un cazzo perfetto”. Un cazzo perfetto e un perfetto cazzone, in sintesi.&lt;br /&gt;Che cretina, se ne era pure vantata. Davanti alle altre stagiste e poi con le amiche: “Ehi, ho baciato Mr. President” aveva detto a tutte dopo il 15 novembre 1995, data del primo incontro ravvicinato. “Ma chi ti credi? Marilyn?”. All’epoca nessuno le dava credito. Anche se poi, al tempo dello scandalo, qualcuno che lavorava alla Casa bianca aveva raccontato ai giornali che lei aveva “un’incredibile cotta per il Presidente”. Pure Linda, a essere onesti, le aveva dato retta. Fin troppo: l’aveva addirittura registrata. Dice che l’aveva fatto perché altrimenti, nel caso fosse stata citata in giudizio, tutti avrebbero pensato che la sparasse grossa: il presidente e la stagista, sì, roba da barzelletta. In ogni caso, lei i consigli di Linda li aveva sempre seguiti: aveva inviato i pacchi destinati al presidente via corriere e aveva evitato di mandare il celebre abito blu in tintoria. Che sperava di guadagnarci?&lt;br /&gt;A chiederselo ora non aveva più risposte. Non solo sulla natura del cazzo presidenziale, su tutta la vicenda. Mandarla al Pentagono, nell’aprile 1996, era stato uno stratagemma per allontanarla dal suo presidente o una promozione? Neppure questo sapeva. L’unica cosa di cui era certa era che a lei gli uomini erano sempre piaciuti. E, d’altro canto, gli uomini avevano sempre ricambiato il suo interesse. Mr. President, poi, aveva fama di essere più dongiovanni che donnaiolo: vista, presa, dimenticata. Ma ci sapeva fare, accidenti. Soprattutto con le mani. Mani grandi, da ipnotizzatore, che si infilavano ovunque. Ecco, ecco un’altra cosa che si ricordava: il primo sguardo che il presidente aveva posato su di lei, gli occhi stretti del cacciatore che punta la preda, le labbra che si protendono appena in avanti, pronte a far nascere un sorriso. Allora lei lo aveva provocato, un gioco di seduzione da adolescente più che una mossa da maliarda: aveva mostrato all’uomo più potente degli Stati Uniti l’elastico delle sue mutandine. Dio, che ridere. E che pena.&lt;br /&gt;L’avesse scritta da sola la trama di questo sordido pornofumetto l’avrebbe scritta meglio. Se non altro avrebbe caratterizzato meglio i personaggi da un punto di vista psicologico. Era la sua materia, dopotutto. Invece, mentre sognava di essere la “sua” Marylin,  si era fatta plagiare. E non una, ma ben due volte. La prima per passione, la seconda per leggerezza e per vendetta. Ma come non aveva funzionato la passione, così non funzionò la vendetta. Il presidente fu messo alla berlina, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;impicciato&lt;/span&gt;, ma, alla fine, non pagò alcunché. Ora che ci pensava, a quell’altra, quella che poi aveva posato nuda su Penthouse, aveva sganciato 850.000 dollari. Allora era davvero lei l’unica fessa del gruppo.&lt;br /&gt;Quanto a lui, rimase al suo posto, com’era sacrosanto, e a lei non chiese mai scusa. Alla nazione, ai membri del gabinetto della Casa bianca, alla moglie e, presumibilmente, alla figlia, sì. Così, tra una giustificazione e l’altra, il conto, alla fine, aveva dovuto pagarlo lei. Lei e qualche  centinaio di afgani e sudanesi colpevoli di essere i meglio piazzati per distrarre il mondo dalle marachelle del presidente: boom, niente di meglio di qualche bomba per far scordare una “relazione fisica impropria”.&lt;br /&gt;Che bastardo. Il presidente degli Stati Uniti non aveva calcolato le conseguenze di una “relazione impropria”. Poteva forse valutarle una stagista stracotta poco più che ventenne? Eppure la storia aveva decretato che tale compito sarebbe spettato a lei. Così, la “relazione impropria” a lei pesava ancora. Ogni giorno. Non tutti sarebbero stati in grado di dire a bruciapelo il nome del quarantaduesimo presidente degli Stati Uniti, ma non uno che sbagliasse la risposta se si chiedeva come si chiamava la donna che a quello stesso quarantaduesimo presidente Usa faceva pompini. Ne avevano parlato e scritto tutti. Persino potenziali premi Nobel, come Philip Roth (1). C’erano intere frasi che aveva imparato a memoria. Quello che Roth faceva dire a Les Farley, uno nella parte del cattivo, sul finire del libro (2), per esempio: “Stavo pensando un mucchio di cose. Stavo pensando a Willie il falso. Stavo pensando al nostro presidente, alla fortuna sfacciata che ha avuto. Stavo pensando a quell’uomo, che casca sempre in piedi, e stavo pensando alla gente che non se la scapola mai (...) Quel figlio di puttana. Pensavo a quello stronzo figlio di puttana che si fa succhiare il cazzo nell’Ufficio Ovale a spese dei contribuenti”. Lei era la donna che, nella circostanza di cui si parlava, stava succhiando il cazzo del presidente. E se, nel caso di lui, l’&lt;span style="font-style:italic;"&gt;affaire&lt;/span&gt; poteva o meno far parte di quanto si sarebbe ricordato della sua presidenza, nel caso di lei non c’era scampo: era entrata nella storia non con il ruolo di amante, come aveva sognato, ma con quello di pompinara. Il suo nome intero era ormai persino sinonimo di pompinara e il suo cognome di pompino (3).&lt;br /&gt;Quell’estate, del resto, non si parlò d’altro, era “l’estate in cui”, come aveva scritto Roth all’inizio del libro (4), “il segreto di Bill Clinton venne a galla in ogni suo minimo e mortificante dettaglio: in ogni suo minimo e vivido dettaglio, là dove la vita, come la mortificazione, stillava dall’asprezza dei dati specifici. (...) Quella del novantotto (...) fu (...) in America, l’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo - che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese - subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia. (...) No, se non siete vissuti nel 1998 non sapete cos’è l’ipocrisia. (...) Era l’estate in cui il pene di un presidente invase la mente di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora una volta disorientò l’America”.&lt;br /&gt;Ne aveva scritto lei stessa. E ne aveva scritto Mr. President: “Durante il blocco degli uffici amministrativi, alla fine del 1995, quando i pochi a cui era consentito recarsi a lavorare alla Casa Bianca vi restavano fino a tardi, avevo commesso un terribile errore con Monica Lewinsky, e avevo continuato a incontrarla in altre occasioni tra novembre e aprile. Nei dieci mesi successivi non l’avevo più vista, anche se di tanto in tanto ci eravamo sentiti al telefono.&lt;br /&gt;“Nel febbraio 1997 Monica era tra gli ospiti a una registrazione serale del mio discorso settimanale alla radio; al termine mi intrattenni da solo con lei per circa quindici minuti. Ero disgustato di me stesso e, in primavera, quando la rividi, le dissi che era tutto sbagliato, per me, per la mia famiglia e anche per lei, e che non potevo più continuare. (...)&lt;br /&gt;“Quanto avevo fatto con Monica Lewinsky era immorale e stupido. Me ne vergognavo profondamente e non volevo che la storia trapelasse” (5).&lt;br /&gt;Strano modo di ricostruire la storia, la “relazione fisica impropria”. Non un atto di passione, o di libidine, macché, giusto un “terribile errore”. Chissà se qualcuno ci credeva. Gay Talese no di certo. “Da che mondo è mondo - aveva detto lo scrittore - uno dei privilegi del potere è il sesso. La società è maschilista, e uno dei premi del maschio che ha successo è il piacere. Il potente ha più opportunità di procurarselo. Esiste un implicito baratto con la donna. La donna cerca il potente, non il diseredato. Noi facciamo finta di esserne scioccati. (...) Perché mai diventare il presidente degli Stati Uniti se bisogna rinunciare al sesso? Clinton lo considera un addentellato del potere, una delle ricompense dovutegli per la leadership del mondo. Si comportava così da governatore, immaginiamoci da presidente. (...) Sa quante donne ha avuto Kennedy? Era assatanato. (...)  Bazzicava con le dive di Hollywood, da Marilyn Monroe in giù, e sotto gli occhi di tutti” (6).&lt;br /&gt;All’inizio aveva pure sfruttato quella indecente popolarità. Poi non ce l’aveva più fatta, si era eclissata e, lentamente, l’interesse nei suoi confronti era calato. Almeno fino all’anno scorso, quando, nel decennale dello scandalo, aveva attraversato un momentaccio: di nuovo tutti la cercavano, sulle tracce di un pezzo fondamentale come “Che fine ha fatto la stagista?”. In seguito, per fortuna, erano tornati il silenzio e l’oblio. A parte la trovata idiota di un giornalista italiano che l’aveva citata a proposito di uno scandalo locale, facendo finta di averla intervistata. Nel colloquio mai avvenuto costui chiedeva “Cosa consiglierebbe a Noëmi?” e le faceva rispondere “Di tenere la bocca chiusa. In tutti i sensi”. Avrebbe potuto smentire, certo, ma l’unica cosa che desiderava era che i riflettori si spegnessero. E replicando al cattivo gusto del giornalista bugiardo non avrebbe fatto altro che ravvivare l’attenzione nei suoi confronti. Tra l’altro non era neppure la prima volta che gli italiani la trattavano da zoccola. Persino la Cassazione la riteneva una puttana. O, almeno, così le aveva raccontato ridendo un conoscente: paragonare una signora a lei era stato ritenuto reato di diffamazione (7).&lt;br /&gt;Era indubbio: lei non era altro che la pompinara più idiota della storia. Tanto valeva berci un po’ sopra. E cantare. “16 agosto 2009. Happy Birthday, Mr. President”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(1) nel libro &lt;span style="font-style:italic;"&gt;La macchia umana&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;(2) pg.376 dell’edizione Einaudi del 2001&lt;br /&gt;(3) cfr. www.urbandictionary.com/define.php?term=lewinsky&lt;br /&gt;(4) pagg. 4-5, idem&lt;br /&gt;(5) da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;My life&lt;/span&gt;, l’autobiografia scritta da Bill Clinton, qui nella traduzione pubblicata da Panorama il 25 giugno 2004&lt;br /&gt;(6) dal &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt; del 19 agosto 1998&lt;br /&gt;(7) sentenza 44887. Tra gli altri, cfr. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Repubbica&lt;/span&gt; del 3 dicembre 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;foto: © Corbis Sigma&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-131751377511170249?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/131751377511170249/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=131751377511170249' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/131751377511170249'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/131751377511170249'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2009/05/uomini10-lo-spermatico-happy-birthday.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/Shaunrq0jrI/AAAAAAAAAiw/smgaj4q7xuM/s72-c/ph3.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-734908276201862277</id><published>2008-06-03T11:18:00.011+02:00</published><updated>2011-09-14T17:54:25.068+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/9&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il redivivo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-QhI200CLvzQ/TnDOBnhaCFI/AAAAAAAABoU/p3RleC9NXgw/s1600/167470_ZJIIREOU6ZNZXACNCGWOV2O178UI6H_robert_doisneau__bacio_davanti_all_hotel_de_ville_H095504_L.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 309px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-QhI200CLvzQ/TnDOBnhaCFI/AAAAAAAABoU/p3RleC9NXgw/s320/167470_ZJIIREOU6ZNZXACNCGWOV2O178UI6H_robert_doisneau__bacio_davanti_all_hotel_de_ville_H095504_L.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5652244059534264402" /&gt;&lt;/a&gt;È bastato un istante di noia. Neppure, forse appena un decimo di secondo di distrazione: il dito ha sfiorato l’icona delle mail sull’iPhone e, voilà, è apparso un messaggio dall’aldilà. Il mittente è Tizio Caio. Il nome lo riconosci immedia- tamente. E sì che sono passati 21 anni. E che avrete passato insieme due, forse tre giorni. Ma, insomma, ti ricordi che si chiamava Tizio Caio. Anche se non ti sembra abbia alcun senso. Come diavolo ti avrà trovato? D’accordo, non è il primo che ti ritrova grazie a Google ad anni di distanza. Però con Tizio non c’era stato granché. Sarà un caso. Sicuro. Ma la curiosità sta ormai galoppando e apri la mail: “Ciao! per caso ci siamo conosciuti in un’isola greca molto tempo fa? Scusa se è un caso di omonimia...Tizio”.&lt;br /&gt;Non so se sia stato per caso. Ma è andata proprio così: ci siamo incontrati - conosciuti, tutto sommato, mi sembra forte, anche se forse Tizio sottintende il senso biblico della cosa - su un’isola greca tanto tempo fa. Ios. Al porto. Entrambi accompagnati, io da un’amica, lui da un amico, ed entrambi in procinto di imbarcarci per Naxos.&lt;br /&gt;La mail mi fa l’effetto di una doccia. Quell’estate, in Grecia, Tizio non era stato l’unico: ero giovane, belloccia ed, evidentemente, in devastante tempesta ormonale. Ma a pensarci ora mi dico che, probabilmente, già allora era il ragazzo che avevo preferito.&lt;br /&gt;Mi guardano tutti strano, attorno. Dico: “Ho appena ricevuto un’e-mail da un tizio che ho conosciuto 21 anni fa in Grecia e non ho mai più visto né sentito”. Si apre un dibattito: chi racconta di aver cercato vecchi compagni di classe, chi se ne frega, chi pensa che il mondo sia pieno di matti. L’essenziale è che nessuno nota che ho la testa tra le nuvole.&lt;br /&gt;Aspetto qualche ora per rispondere, ma rispondo. E, un paio di giorni dopo, ricevo un’altra mail. La corrispondenza si infittisce e finiamo per ritrovarci su Skype. Non stiamo chattando, non stiamo cuccando, a dire il vero non so bene che stiamo facendo. Ci raccontiamo un po’. Giochiamo, forse.&lt;br /&gt;Inevitabile, arriva comunque il giorno in cui ci accorgiamo che, in fondo, non abitiamo lontani: ci separa meno di un’ora e mezza di treno. Il passo seguente è naturale come scivolare sull’olio: potremmo pranzare insieme uno di questi giorni. Potremmo. Perciò possiamo. Spostarsi, ne convengo, è più semplice per me. Fissiamo una data. Tipo domani. No, domani no, è un po’ un casino, meglio dopodomani.&lt;br /&gt;Dopodomani. Come dire adesso. Ho appena chiuso la finestrella di Skype che piombo nell’angoscia. O cazzo, come mi vesto? E, accidenti, mi sa che non mi prendono domani per la ceretta (la ceretta? che c’entra la ceretta?). Meglio che mi compri un reggiseno nuovo. Cosa mi metto, cosa mi metto, cosa mi metto? Mollo tutto e spalanco gli armadi. Non c’è niente che vada bene. Niente di niente. Bisogna che esca: lo shopping si impone.&lt;br /&gt;La carta di credito ha rischiato di prendere fuoco ma, uff, ho rimediato qualcosa di mettibile. E soprattutto un paio di sandali da urlo. Oddio, e se poi piove? Consulto compulsivamente le previsioni del tempo. Qui, là, a metà strada. Non dovrebbe piovere. Ma se piove?&lt;br /&gt;Non piove. I sandali da urlo finisco per metterli in borsa come un’americana media. Più che una borsa sembra un trasloco. Eppure si tratta di una manciata di ore. Poche ore a far che, poi? L’iPhone mi suona a palla nelle orecchie. Per fortuna. Perché non riesco a concentrarmi su una sola linea. Il giornale mi fa schifo. Il libro è faticoso. Leggo le mail. No, no, no, meglio di no, e se avesse cambiato idea?&lt;br /&gt;Mi sento pallida dentro. I sandali mi danno un’andatura da papera e sono certa di essere ridicola. Cerco di camminare disinvolta. Sono percorsa da brividi di freddo. Poi mi viene caldo e mi sudano le mani. Mi fermo un attimo. Prendo fiato. Saranno ancora duecento metri. Devo stare calma. Devo stare calma. Devo stare calma. Estraggo lo specchietto e mi guardo: faccio schifo. Cerco di vedermi in una vetrina. Su gli occhiali, giù gli occhiali. Oddio, questo vestito mi sta malissimo. Mi metto lo scialle? Ah, orribile. Niente scialle. Lo chiamo e gli dico che ho perso il treno? Ma dai.&lt;br /&gt;Il ristorante dove Tizio mi ha dato appuntamento lo conosco. Non gliel’ho detto, però, chissà perché. Il buttafuori apre il pesante portone dell’ingresso. A quanto pare la disinvoltura è rimasta a casa, mi sembra tutto difficilissimo. Il maître viene verso di me. Abbozzo un sorriso e scandisco “ho appuntamento con Tizio Caio”. La cretina che mi abita ride. Cosa gliene frega al maître che io abbia appuntamento con Tizio Caio? Che vuol dire? L’imbarazzo mi mozza il respiro, ma il maître è impassibile. “Prego”, dice, “mi segua”.&lt;br /&gt;Ogni passo mi pesa come se avessi una palla al piede. Perché sono qui, perché sono qui, perché sono qui? Il maître sorpassa una colonna e dice “Prego”. Tizio si alza e mi viene incontro, più splendido che mai. Penso di avere una bocca che disegna un “oh” di meraviglia. Sono diventata muta. Porca vacca. Tizio prende entrambe le mie mani e le sfiora con un bacio. Prima una poi l’altra. La cretina che è in me ha una reazione sorprendente: tira appena le mani di Tizio verso di sé per avvicinarlo e posa un bacio sulla guancia. “Sei sempre bellissima” sussurra lui. “Pensavo sapessi mentire meglio. Dal momento che sei in politica”. Wow, la cretina marca punti. “Se ben ricordo eri caustica anche 21 anni fa”. Sorrido enigmatica e silenziosa. E penso “davvero? Ventun anni fa, quando ero giovane, belloccia, spensierata e cosciallegra, ero già caustica? Allora mi sa che mi hanno fabbricata così”. Vorrei che mi invitasse a ballare. Qui e ora. E, di colpo, ricordo, o credo di ricordare, una cosa: mi piaceva un sacco stare tra le sue braccia. Niente di più naturale: è colpa di quel fatidico metro e novanta a cui non so resistere. Per fortuna gli uomini 190 non lo sanno, ma la verità è limpida: se un 190 me la chiede gliela dò.&lt;br /&gt;Ritorno sulla terra, mentre il mio cavaliere ritira un poco la mia sedia per farmi accomodare e, mentre mi sistemo, mi accarezza le spalle. Da-dan, lo so che ha visto il brivido che mi ha attraversato. Lo so. Lo so. Lo so. “Hai una pelle morbidissima” dice. E io chiudo gli occhi.&lt;br /&gt;Si siede di fronte a me. Accidenti, quanto è bello. Gli occhi me li ricordavo ma la bocca. Aveva già una bocca così 21 anni fa? Parla, domanda, risponde e la cretina che gli sta di fronte funziona benissimo: un perfetto pilota automatico che mi consente di cullarmi nelle mie fantasie.&lt;br /&gt;“Gradisci del vino o sei astemia?” “Deo gratias, astemia proprio no”. “Ti andrebbe una coppa di champagne, tanto per cominciare?”. Mi andrebbe. Ed è tutto quello che ordiniamo per il momento. Non riesco a seguire la conversazione. Per fortuna c’è la cretina che supplisce. Devo farle un regalo alla cretina. Varrà poco ma se non ci fosse lei sarei già fuggita. Mi sento dire (ma sono io o è la cretina?) “già, questo me lo ricordavo: bellissime mani”. Me lo ricordavo? E quando? Sta di fatto che sono bellissime.&lt;br /&gt;E che le posa sulle mie. Mentre ancora attendiamo lo champagne. Ma perché mi tocca tanto? Ok, stai calma, sono solo mani.&lt;br /&gt;Ma ho voglia di baciarlo. Non riesco a staccare gli occhi dalle sue labbra. Che parlano, parlano, parlano. Mentre io vorrei averle addosso. Mi tiene le mani. È chino verso di me. Conversa, suppongo. Che vuole da me? Perché siamo qui?&lt;br /&gt;L’arrivo dello champagne interrompe i flussi, quello magnetico che credo mi attraversi e quell’altro, quasi ininterrotto, delle sue parole.&lt;br /&gt;“Al secondo incontro” dice. E a me viene in mente la canzone. “Champagne, per brindare a un incontro etc.”. Perché champagne? Che c’è da festeggiare? E, di nuovo, perché siamo qui?&lt;br /&gt;È passato a spiegarmi il menu. Peccato non sia stagione di ostriche. “Cosa diavolo vuoi che me ne freghi di mangiare?”, ooops, la cretina ha toppato, l’ha detto ad alta voce, voleva soltanto pensarlo, invece. Mi guarda serio. “Non hai fame?” “Così”. No, sì, forse. Cappesante? E se continuassimo a champagne? Continuiamo, continuiamo. Arrivano le cappesante, lo champagne, il tonno appena scottato ed esaltato da qualche lacrima di aceto balsamico. Ordina tutto lui, fa tutto lui e io lascio fare, docile come non sono mai stata. Allunga la mano destra verso il mio viso e io appoggio la gota sul suo palmo.&lt;br /&gt;La scossa mi attanaglia: è questo che mi era piaciuto. Ricordo, d’un tratto, di avergli detto 21 anni fa, che non era prepotente “perché non lo sei quando fai l’amore”. Il che mi porta a pensare prima di tutto che già ventun anni fa ero abitata da una cretina equivalente a quella che vive in me oggi e, in seguito, che è per questo che mi ricordo così bene di lui, perché non abbiamo ciulato, insieme, abbiamo fatto l’amore.&lt;br /&gt;E mi sono di nuovo distratta. Chissà, nel frattempo, cosa ha combinato la cretina. Sto precipitando nei suoi occhi e già mi immagino una doppia vita. Perché poi non potrei essere io Dona Flor? Il fatto che i miei due mariti siano entrambi vivi mi sembra un dettaglio infimo.&lt;br /&gt;“Dessert?”. Sono indecisa. Lo stomaco è contratto ma vorrei stirare questo istante fino a un prolungamento infinito. La cretina è un genio, la sento dire: “Se no?”. Gioco con la collana, in realtà passo le dita sul décolleté, possibile che mi riesca di sedurlo una seconda volta? “Se ti va un caffè ti porto a bere il migliore della città”. Certo che mi va un caffè. Anche se è all’ammazzacaffè che penso.&lt;br /&gt;Fuori dal ristorante mi tocca il gomito per indicarmi la direzione da prendere. Alzo il viso verso il suo e mi mordo il labbro inferiore. Il suo volto si avvicina pericolosamente al mio. Socchiudo appena le labbra e gli appoggio le mani sulle spalle. Dio, che bacio romantico, sembra quello dell’Hôtel de Ville di Doisneau. E quanto mi piace stare tra le sue braccia.&lt;br /&gt;Le sue labbra mi coprono il viso di baci minuscoli. Anche sugli occhi. Mi dice “so che non mi crederai, ma non era in programma”. Gli metto un dito sulla bocca ma lui mi bacia il polso e prosegue “Neanche 21 anni fa, se è per questo. Ma temo che tu sia magnetica. Almeno per me”. Così è una conferma: sono io che l’ho sedotto. Oggi come allora.&lt;br /&gt;Mi sento un po’ ridicola. Alla nostra età, direbbe mia mamma, non sta granché bene baciarsi in mezzo alla strada. Anche se è più o meno tutto quello che desidero. “Che facciamo?” dice. Gli rispondo come 21 anni fa: “cerchiamo un posto dove fare l’amore”. Ride. Come è bello quando ride. “Non sei cambiata”.&lt;br /&gt;Camminiamo abbracciati verso la sua auto. Di macchine, notoriamente, non so nulla, ma questa la conosco: è la mia Jaguar favorita, anni luce prima che Tata si inglobasse la marca. Il modello non lo conosco, ma è quello che ha attraversato indenne gli Anni 60 e parte dei 70; la più bella Jaguar mai esistita. Magari è più vecchia di lui. Del resto anch’io, se ben ricordo.&lt;br /&gt;Mi bacia ancora prima di avviare il motore, mentre anche la Jaguar mi abbraccia. E poi mi bacia in ascensore e appena chiusa la porta dietro di sé continua a baciarmi. Apro la sua camicia e affondo il viso nel suo petto. Le spalle sono magnifiche. Me lo mangerei, ma mi limito a leccarlo. Lo mordicchio giusto un po’. Per ricordarmi che sapore ha.&lt;br /&gt;Lui mi scopre, a sua volta. Lentamente. Neppure allora aveva fretta. Né furia. Sarà per questo che mi precipita in un pozzo di languore. Mi guarda negli occhi mentre stringo le sue natiche tra le mani. Che signor culo. Seduta sul tavolo lo spingo dentro di me. Sempre senza preservativo. Come 21 anni fa. Che magari c’era l’Aids, però avevo la spirale. Vabbè, che c’entra, sono troppo vecchia per rimanere incinta. Non c’è nessun rischio. E poi lo voglio, dio quanto lo voglio. Le sue mani sulla mia schiena, le sue labbra sul mio petto e il suo uccello che mi esplora. Lo voglio, lo voglio, lo voglio.&lt;br /&gt;Non so come si chiama questo. Forse amore.&lt;br /&gt;Non riusciamo a staccarci l’uno dall’altra. Mi porta al divano e mi riprende tra le braccia. Non ce la faccio, non posso sopportare tutto questo struggimento. È per questo che ricomincio a giocare con il suo uccello. Per questo gli prendo in bocca le palle. Per questo finisco per cavalcarlo, devo tornare in me o annientarmi, sparire, diventare pura luce.&lt;br /&gt;“E ora?” mi mormora tra i capelli. Ora niente. Ora non ci si può pensare. Ora ora e nient’altro. La cretina e io siamo ridiventate una. Così avanzo consapevole nel vuoto mentre il vento Vadinho mi solleva la gonna.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-734908276201862277?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/734908276201862277/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=734908276201862277' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/734908276201862277'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/734908276201862277'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2008/06/bastato-un-istante-di-noia.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-QhI200CLvzQ/TnDOBnhaCFI/AAAAAAAABoU/p3RleC9NXgw/s72-c/167470_ZJIIREOU6ZNZXACNCGWOV2O178UI6H_robert_doisneau__bacio_davanti_all_hotel_de_ville_H095504_L.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-4004030053492328524</id><published>2007-06-12T12:08:00.005+02:00</published><updated>2011-09-14T17:55:59.131+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/8&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il muto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/Rm5wuwYiXUI/AAAAAAAAACk/e0v9r4_Q2XI/s1600-h/http-::ugglynews.jubiiblog.fr:upload:homme_nu008.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://2.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/Rm5wuwYiXUI/AAAAAAAAACk/e0v9r4_Q2XI/s320/http-::ugglynews.jubiiblog.fr:upload:homme_nu008.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5075117778657238338" /&gt;&lt;/a&gt;L’appuntamento è nella camera 501. Non propriamente una suite, ma una grande camera su due livelli. Un salottino con divanetto, poltrona, tavolo, mobile bar, televisione, hi-fi, connessione Internet ed Ethernet. Poi due gradini e la zona notte. Un letto enorme, due abat-jour, due tavolinetti design e una porta che dà sul bagno.&lt;br /&gt;Sono arrivata in anticipo. Molto in anticipo. Voglio avere il tempo di studiare lo spazio. Di interiorizzarlo. Sfioro l’orlo dei mobili con la punta delle dita. E già un brivido di piacere mi corre lungo la spina dorsale.&lt;br /&gt;Una gocciolina di sudore imperla il mio labbro superiore. La lingua corre ad acchiapparla. Alt, devo rimettere il contatore a zero. Sto correndo troppo.&lt;br /&gt;Vado ad appoggiare le spalle contro la porta d’ingresso. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei passi prima di arrivare alla poltrona. Lo attenderò qui? Provo a sedermi. Sistemo la gonna, le calze, controllo che la camicetta sia sbottonata giusto quanto deve.&lt;br /&gt;Guardo l’ora sul cellulare: 17.25. Cinque minuti. Un tempo troppo breve per intraprendere un’azione qualsiasi. E troppo lungo per limitarmi ad aspettare.&lt;br /&gt;Fisso lo sguardo nel vuoto, cercando di dominare l’ansia leggera che mi prende alla gola. Lentamente passo le dita all’interno della fascia che ho attorno al collo e la sposto sugli occhi. Nero. Nero totale.&lt;br /&gt;Stringo il nodo dietro la testa fino a farmi male. Solo un pochino. Per essere sicura che non ceda. Cerco di nascondere il nodo tra i capelli e aspetto.&lt;br /&gt;Sono appena riuscita a distrarmi dall’attesa quando l’agognato toc-toc mi fa sobbalzare. Cerco di controllare il tono della voce per pronunciare la prima parola: “Avanti”.&lt;br /&gt;Sento la porta che si apre e un fruscio di carta. Accidenti, fiori, non me li aspettavo. I passi si avvicinano cauti. Poi le mie orecchie vengono sorprese dal suono liberatorio di una risata. Una risata bellissima, a cascata. Mi vergogno a un punto tale che vorrei smaterializzarmi. Una fantasia così qualunque, così scontata. Ho paura di scoppiare a piangere ma non ne ho il tempo. Ascolto il bouquet atterrare sulla poltrona di fronte a me, ma sono come cieca anche agli odori: nessun profumo.&lt;br /&gt;Poi la sua mano sinistra afferra la mia, mi fa alzare e posa le sue labbra sul mio polso. L’altra mano si appoggia forte al centro della mia schiena e mi spinge contro di lui. Le mie narici, colpite dal suo odore di sandalo, cominciano a fremere. I miei capezzoli sono eretti e spiccano sotto reggiseno e camicetta di seta. Sembriamo avvinghiati in una tragicomica figura di tango. Gli offro la gola e deve abbassarsi parecchio per morderla. Ora ne sono certa: ha la taglia critica, quel fatidico metro e novanta al quale non so resistere.&lt;br /&gt;Mi viene in mente “Le Zèbre” di Alexandre Jardin e ora so con certezza che è soltanto un libro idiota: nessuna donna può fare l’amore con suo marito senza riconoscerlo. Neppure se è bendata. Potrei riconoscere l’uomo che mi stringe tra miliardi di esseri umani.&lt;br /&gt;Il paragone non regge. Non ho niente da riconoscere, io. Quest’uomo non l’ho mai visto. E, almeno per il momento, continuo a non vederlo.&lt;br /&gt;Intanto lui ha cominciato a sbottonarmi la camicetta. Snap, snap, snap, i bottoni scivolano agili tra le asole di seta e le maniche a kimono scorrono veloci lungo le braccia. In un attimo il mio scudo si riduce al minuscolo reggiseno. Contro il ventre sento i bottoni della sua camicia e, più in basso, il suo sesso turgido. Se non mi tenesse così stretta sono certa che mi sarei già trasformata in una pozza d’acqua ai suoi piedi. Non riesco ancora a capacitarmi del fatto che la mia animalità si esprima innanzitutto liquefacendosi, ma sono sciolta, completamente sciolta.&lt;br /&gt;Mi mordo il labbro inferiore mentre lui continua a esplorarmi collo e décolleté. Gli prendo la testa tra le mani e incontro una massa di capelli forti, che immagino neri. Gli sollevo il volto e gli cerco la bocca. Turgida anch’essa. E morbida insieme.&lt;br /&gt;Un attimo dopo mi ha preso in braccio. Vorrei morire: peso un quintale. Non un vero quintale, certo, ma ben più di mezzo quintale. Sono un donnone. E quest’uomo sta esaudendo un desiderio che confesso mal volentieri: sentirmi un esserino fragile, una piccola cosa tra le braccia di un maschio. Non mi era mai successo. Finora.&lt;br /&gt;Sento la tensione dei suoi muscoli sulla pelle della schiena e contro la coscia. Lecco le gocce che gli colano lungo il collo. Lo amo. Lo amo già. Ben prima di arrivare al letto.&lt;br /&gt;Mi posa dolcemente sopra il talamo. Lo allontano e mi metto in ginocchio, lo fronteggio dal letto. O, almeno, così immagino.&lt;br /&gt;In piedi, di fronte a me, mi mette le mani sui fianchi, sbottona e scerniera e fa scivolare la mia gonna. La lasciamo lì, per ora, a imbrigliarmi le ginocchia. E ci baciamo ancora, affogando uno nel respiro dell’altra.&lt;br /&gt;Mi fa sollevare di nuovo e mentre la stupida sottana cade ai miei piedi e io spero di non essere goffa liberandomene, mi fa girare piano su me stessa. Vorrei essere bellissima, solo ora, solo in questo momento, solo per un istante; più che bellissima, anzi, perfetta. Quest’uomo mi soppesa (ahi, no, quello l’ha già fatto), mi valuta, mi misura, mi contempla e io non so neppure che aspetto ho. Credo che proverei lo stesso imbarazzo soltanto se mi ritrovassi in slip e reggiseno in mezzo a una strada affollata. L’unica fonte di sollievo è il pensiero che la lingerie l’ho scelta con estrema cura. Ho provato, incrociato, scartato, selezionato, ripescato. Alla fine il risultato deve per forza essere quello che cercavo. Magra consolazione: la lingerie sarà pure perfetta, ma io no. No di certo.&lt;br /&gt;A lui, però, devo andar bene quanto basta, visto che mi tira verso di sé e affonda il viso tra i miei seni. Sposta la coppa del reggiseno a forza di musate e raggiunge il capezzolo sinistro. Dio, lo voglio, quest’uomo. Che, nel frattempo, si inginocchia davanti a me. E prende in bocca il mio sesso. Tutto. Compresi i miei sublimi slip di seta avorio.&lt;br /&gt;Sento la sua lingua cercare il cammino verso il mio clitoride. Il raso fradicio è una  barriera fasulla. Stringo forte la sua testa contro di me: mangiami, bevimi, prendimi. Gli vengo in bocca. Non vedo come potrei non farlo. Non vedo la necessità di resistere all’orgasmo. Vengo e mi aggrappo forte a lui per non cadere. Ma quasi cado. Comunque.&lt;br /&gt;Mentre giaccio, sicuramente scomposta e probabilmente semi incosciente su un copriletto sconosciuto, sento il rumore degli abiti di cui si libera. Mi riprendo, allora. Mi tolgo le calze, scopro il letto, scosto lenzuola e coperte e poi levo il resto, in piedi sul pavimento.&lt;br /&gt;Mi si avvicina da dietro, nudo. Il suo pene si appoggia alle mie natiche, poi cambia strada e si annida tra le gambe. Sono così bagnata che non appena il suo membro bussa quasi scivola dentro da solo. Basta che inarchi la schiena e ci siamo: è mio. Contraggo e rilascio i muscoli interni e so che gradisce il massaggio. Poi mi piega e comincia il suo va e vieni dentro di me.&lt;br /&gt;Accelera. E decide infine di rallentare. Stavo già per venire ancora ma lui ha deciso di no. Esce, invece, e mi invita a sdraiarmi sulla schiena, la testa sul cuscino.&lt;br /&gt;Il suo bacino si avvicina facendosi strada tra le mie gambe aperte. Mi afferra un polso e gli passa attorno qualcosa. Lo stesso accade all’altro. I miei tentativi di ribellione sono patetici. Mi sento un’idiota completa mentre l’uomo annoda i lembi della cravatta, la sua maledetta cravatta, alla testata del letto. Ma lui era già stato qui? La cravatta basta appena per tenere i polsi attaccati ai lembi di pelle intrecciata che formano la testata. Quanto posso essere dannatamente stupida. Mi torna in mente un’altra storia, letta in un altro libro, tipico difetto da lettrice onnivora e ossessiva: tendo a pensare che la vita assomigli alla letteratura. Peccato che prenda sempre spunto da quella cattiva, mai che mi capiti di vivere un capolavoro. In questo momento poi, se tutto accade come nel “Calorifero”? si chiamava così? potrebbe essere un incubo. O esattamente quello che voglio. Una serie di uomini che si avvicendano attorno e dentro al mio corpo senza che io neppure me ne accorga. Se non parecchio più tardi. Credo di avere paura, ma lui si rituffa tra le mie gambe e perdo qualsiasi cognizione e ritegno. Mi inarco, mi abbandono, mi contraggo, mi offro, tutto insieme e tutto distinto. Non so quante volte vengo, né dove si trovino la sua bocca, le sue mani, le sue cosce e il suo pene. Non so se il liquido che mi bagna è saliva, muco, sperma, olio o crema idratante. Non so nulla. Se non che il flipper che ho in testa è andato in tilt.&lt;br /&gt;Quando mi riprendo ho la sensazione di essere sola. Libero i polsi e le mani e mi levo la benda dagli occhi. Effettivamente nella camera non c’è più traccia della sua presenza. Accarezzo la memoria del corpo. È tutto quello che mi resta: non ho un volto né una voce cui aggrapparmi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-4004030053492328524?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/4004030053492328524/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=4004030053492328524' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/4004030053492328524'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/4004030053492328524'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2007/06/uomini8-prefazione-episodi-successivi.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/Rm5wuwYiXUI/AAAAAAAAACk/e0v9r4_Q2XI/s72-c/http-::ugglynews.jubiiblog.fr:upload:homme_nu008.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-116014795235780105</id><published>2006-10-06T16:59:00.001+02:00</published><updated>2009-03-31T14:09:04.562+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Random'/><title type='text'></title><content type='html'>Metropoltrip&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo post si è &lt;a href="http://laturistasmarrita.blogspot.com/2009/03/metropoltrip-toujours-shanghai.html" target="_blank"&gt;trasferito&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-116014795235780105?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/116014795235780105/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=116014795235780105' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/116014795235780105'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/116014795235780105'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/10/random-metropoltrip-sguish-sguish.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-115495895421375597</id><published>2006-08-07T15:55:00.005+02:00</published><updated>2011-09-14T17:57:39.933+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/7&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'antispermatico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/bambola%20gonfiabile.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/bambola%20gonfiabile.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;È una figura mitica, l’Araba fenice della specie maschile. O, almeno, è un uomo di specie rara. Così rara che molte donne saranno tentate di pensare che non esista. C’è però tutta una tradizione maschile al riguardo. Orale, ma pure scritta. Un esempio? Massimo Fini: “Se potesse l'uomo farebbe volentieri a meno di scopare, è un dovere, una fatica”*. Ma vi pare? Intere generazioni di nonne e mamme che non hanno mai capito un’ostrega: ore e ore a spiegare alle fanciulle in fiore che gli uomini pensano solo a quello e invece ai maschietti gli fa schifo. Un’infinità di stupide battaglie a difendere strenuamente una verginità che, a ben vedere, non interessava nessuno.&lt;br /&gt;Però, che esista o no, l’antispermatico, bello da far paura, con quello sguardo languido che ti promette mille carezze e quel modo di parlare basso e quasi addosso che ti mette i brividi, ama raccontarsi. E lamentarsi. Più o meno così. “Una volta ero a Chia per un congresso” debutta. Poi svilisce il tutto un pochino, di quel giusto: “Niente di speciale, sai, una di quelle cose fatte per dovere… e poi comunque buttala via la Sardegna…” E riprende: “Insomma, saremo stati una trentina, non di più. Fatto sta che arriva l’ultima sera: aperitivo, cena, spettacolo, tutto compreso nel prezzo. Mentre mi infilo la camicia penso che avrei voglia di scappare. E quando viene il momento di annodare la cravatta sono già certo che non lo farò e mi metto a cercare una strategia qualsiasi per evitare almeno i colleghi più noiosi. Senza un piano preciso, finisco per scendere e fare il possibile per passare inosservato. Sai, tipo fingere quel tanto di imbarazzo sufficiente a tenere lontani quelli che non ti conoscono bene.&lt;br /&gt;“Poi la vedo: uno schianto in sottoveste lunga che sembra volare sul pavimento, con due coppe di champagne in mano. Sorride. E sembra puntare diritta verso il sottoscritto. Mi giro istintivamente per vedere che faccia ha il fortunato. Dietro di me il nulla. Nel frattempo lei tende il braccio, mi fiata addosso ‘ciao-sono-rossana,-benvenuto’, e mi porge la flûte. Il mio ego si sgonfia rapidamente, Rossana si rivela essere la pr dell’albergo: la sua accoglienza mozzafiato è lavoro. Però non mi molla. E torno a essere tronfio come un tacchino quando la bella mi sussurra che non conosce nessuno dei congressisti e che le farebbe piacere se mi sedessi al suo tavolo. Altrimenti cenerà sola.&lt;br /&gt;“Due coppe di champagne più tardi siamo nell’angolo più discreto dell’affollato ristorante, soli, e uno di fronte all’altro. Sono certo che Rossana e io siamo diventati il bersaglio preferito di tutti gli occhi presenti. Chissenefrega, penso. Questa donna non è solo una sventola, è anche intelligente. Flirta con grazia e cervello e poi ha un modo di muovere le braccia… fa questi gesti ampi e alti, evoca e ammalia… la cosa più sorprendente è che non sembra neppure essere consapevole del suo fascino. Una bomba, ti dico”. Tu storci il naso perché un pensierino su quest’antispermatico del cavolo ce l’avevi fatto, a confessarla tutta; ma a lui non sembra importare granché, visto come ti racconta di questa maliarda sconosciuta. E, mentre tu fai il muso tra te e te, lui procede imperterrito.&lt;br /&gt;“Beh, parliamo, mangiamo, beviamo, ridiamo e al dessert mi sembra di conoscerla da sempre. Ho completamente dimenticato congresso e colleghi, Milano, la mia fidanzata e perché sono qui. Sono completamente assorbito dall’attimo. E dalla donna che ho di fronte. Quando lei dice ‘facciamo un giro?’ mi sembra la più naturale e la più innocente delle domande. Camminiamo fianco a fianco, così vicini che posso sentire il fruscio del suo abito in seta, ma senza toccarci. E continuiamo a parlare. Davanti alla spiaggia lei si appoggia al mio braccio per sfilarsi i sandali e riprende a camminare sulla sabbia a piedi nudi. Mi sento un po’ ridicolo con le scarpe, le stringhe, le calze, la cravatta e tutto il mio armamentario, ma la voce di Rossana, le dune e il rumore del mare mi chiamano, così continuo la mia marcia”. Inevitabile chiedersi, ormai, perché l’antispermatico ti voglia a tutti i costi mettere a parte di questa sua avventura da romanzo da appendice. Ma non hai tempo di riflettere troppo, perché, dopo quella che crede una pausa a effetto, il bel tenebroso prosegue: “quando la raggiungo è appena oltre l’ultima duna. In piedi, ferma, a guardare la luna e le onde e le stelle… hai presente lo scenario, no? Le arrivo alle spalle e la circondo con le braccia, tipo quadretto uniti-nella-contemplazione. Qualche istante dopo Rossana si scioglie dall’abbraccio e, prendendomi la mano, mi invita a sedere. Mentre parliamo trovo il modo di liberarmi di scarpe, calze e cravatte senza sembrare troppo goffo. Almeno spero. Di tanto in tanto ci sfioriamo ma è più un caso che altro. È ormai notte fonda quando Rossana ha freddo e si accoccola tra le mie gambe, protetta dalle mie spalle e dalle mie braccia. Mi sembra di non essermi mai sentito così a mio agio con una donna. Sto così bene che persino il silenzio è leggero tra noi. Tutto tace, noi compresi, ed è un attimo davvero perfetto. Dura fin quando mi accarezza gli omeri e gli avambracci e si spezza appena quando posa le labbra sui miei polsi in microscopici baci.&lt;br /&gt;“Pochi istanti dopo ho la bocca che preme avida sulla sua nuca e, inevitabilmente, ci baciamo sul serio. Non ci tengo a sembrarti sdolcinato ma ti giuro che avrei voluto che durasse in eterno. Infatti proseguo su quella falsariga di languore: carezze, baci trepidi, tanti abbracci e tanto silenzio. Finché Rossana mi sembra spazientita e, seccata e ansimante, finisce per incollarmisi addosso, mettermi la mano alla patta, sollevare il vestito e… beh, il resto lo immagini, no?”.&lt;br /&gt;«Le donne pur di arrivare al dunque sono disposte a tutto, ad arrampicarsi sul lampadario, a ballare nude sul tavolo, a camminare su quattro zampe, a mostrare come fanno pipì, e persino a far vedere il fondo delle loro mutandine, ma alla fine le devi fottere»**. Poi sigla: “sarebbe stato così perfetto… Macché… per Rossana bisognava per forza approdare lì”. Mentre annuisce convinto a se stesso e al suo racconto, ti glissa una mano tra le cosce. Diretta verso l’alto. E a questo punto tu hai una sola certezza: anche questa sera l’antispermatico, per te, è destinato a rimanere una leggenda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; * “Di(zion)ario erotico”, alla voce “Atto sessuale”.&lt;br /&gt; **Ancora Massimo Fini in “Di(zion)ario erotico”, alla voce “Perversioni”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-115495895421375597?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/115495895421375597/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=115495895421375597' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115495895421375597'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115495895421375597'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/08/uomini7-prefazione-altri-episodi-lio_07.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-115270337047257504</id><published>2006-07-12T13:08:00.004+02:00</published><updated>2011-09-14T17:58:12.286+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/6&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che ci dò che ci dò&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/onmind.gif"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/onmind.png" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;Che ci dò che ci dò, ovvero l'italiano medio. Quello perfetto per le statistiche del Censis e per i dossier dell'Espresso sui comportamenti sessuali dei nostri connazionali. Non fraintendiamo: non necessariamente è un rozzo. A volte, persino, ci tiene a passare per un intellettuale. Così può invitarti ad ascoltare un'opera di Luciano Berio (senza pensare che, dopo, è difficile che tu ci vada a letto), portarti a seguire un dibattito sul modo più proficuo di investire in Borsa, o recitarti a braccio gli incipit di un'innumerevole quantità di capolavori. Solo che, lo ammetta o no, la sua idea del sesso è quella del "macho" nel senso più deteriore del termine: fondamentalmente basta spingere.&lt;br /&gt;Per di più, di solito, è incapace di dissimulare: ti intrattiene variamente, fa finta di parlar d'altro, ma è lampante che non fa che pensare a quello. L’idea è talmente ossessiva che "Che ci dò che ci dò" non si accorge di non riuscire a terminare neppure un discorso. Schizza principi di frase, tu replichi e lui parla già d'altro. La conversazione infatti è un pretesto; l'unico suo desiderio è arrivare al dunque. Così, tanto per cominciare, parte con la quarta: ti dà appuntamento direttamente a casa sua. "Così ci prendiamo un aperitivo con tutta calma e decidiamo dove andare". Bisogna riconoscergli, in questo, una certa onestà: "decidiamo dove andare", non certo "cosa fare", perché quello, per lui, è già deciso ed è chiarissimo.&lt;br /&gt;Dunque, se proprio ritieni valga la pena di correre una simile corsa, sappi che lo fai a tuo rischio e pericolo. In ogni modo, tanto per continuare, mettiamo che accetti. Per noia, solitudine e, in fondo, anche perché può capitare che sia uno dei pochi uomini in giro che ti sa intrattenere con più di tre argomenti (di solito il football, le auto e Internet, visto che, in genere, il tema tette e culi è esclusivamente riservato agli amici etero di sesso maschile). Il che la dice lunga su quanto uomini e donne possano, talvolta, reciprocamente annoiarsi.&lt;br /&gt;Forse ti fai un po' pregare, ma è inutile considerarlo un merito: come nella migliore tradizione, l'attesa non fa altro che acuire le sue voglie.&lt;br /&gt;In ogni caso: arriva il giorno fatidico. Quello in cui decidi di immolarti.&lt;br /&gt;Dovresti capirlo che non può funzionare: invece della gioia trepidante con cui ti prepari per ogni nuovo appuntamento (quella fibrillazione gaia che ti fa ribaltare l'armadio da cima a fondo, cambiare abito una trentina di volte - passando dal travestimento da puttana genere "proprio-non-va-è-come-se-gliela-mettessi-su-un-vassoio-d'argento" a quello da signorina Rottermeier "però-non-posso-neanche-fargli-intendere-che-non-ce-n'è" - per finire, a turno, sull'acquisto più recente o sull'uniforme più collaudata; che ti induce a fare diciotto prove diverse con quattro combinazioni di lingerie, a struccarti e ritruccarti una decina di volte per sembrare perfettamente naturale) vieni invasa dalla noia e, dopo aver riflettuto le consuete tre ore ma senza il minimo défilé, ti infili un body a pelle e un paio di jeans larghissimi o, in alternativa, una minigonna strepitosa sotto un golfone che sarebbe grande pure per Val Kilmer e Arnold Schwarzenegger messi insieme. Ovvero adotti la traduzione del caso del detto "un colpo al cerchio e uno alla botte".&lt;br /&gt;Come dire: non hai capito niente. Se scegli il body e i jeans extralarge "Che ci dò che ci dò" avrà occhi solo per le tue tette, a un punto tale e con uno sguardo così animalesco che, di fronte a lui, ti sentirai forzata di prendere un respiro più profondo e di gonfiare a dismisura il tuo seno. Perché, tanto vale ammetterlo, è raro che l'adulazione non produca un effetto, per quanto minimo, sul bersaglio della sua considerazione. D'altra parte se scegli la gonna corta il nostro punterà dritto lo sguardo sulle tue cosce, per scendere alle ginocchia, alle caviglie e rimontare verso quell’ “origine du monde” cara a Courbet. E tu, comincerai, forse inconsapevolmente ma inesorabilmente, ad accavallare le gambe, a scavallarle, ad aprirle. Infine, a muoverle.&lt;br /&gt;Comunque, una volta terminata la preparazione, a metà tra l'accurato e il finto trasandato, viene il momento di uscire: ti infili su un taxi e ti dirigi verso casa sua.&lt;br /&gt;Sei già sudata quando intendi il "dlin dlon" del campanello al quale hai appena finito di appoggiarti. Un attimo appena e "Che ci dò che ci dò" ti aprirà le porte della sua tana. L'uscio si spalanca e tu ti forzi a sorridere. Un casto bacio da incontro fra amici e lui apre il braccio destro per introdurti in casa sua. "Come va?", "Cosa hai fatto oggi?" e altre simili banalità ti accompagnano fino alla sala. Entri ancora pervasa dall'imbarazzo e già pentita di aver accettato l'invito. Resti in piedi e ti metti a osservare con interesse, mezzo falso e mezzo vero, la libreria di "Che ci dò". Scopri la stessa indolente anarchia che attraversa le tue letture: Walter Benjamin e Niccolò Ammaniti, Fëdor Dostoevskij e il primo Andrea Pinketts, Philip Roth e Andrea Camilleri, Bret Easton Ellis e D.H. Lawrence. A casaccio, insomma, ma approvi.&lt;br /&gt;Così ti siedi sul divano. Lui comincia a scrutarti, ti offre un salatino e chiede cosa vuoi bere: Martini, vino bianco o, nei casi migliori, champagne. Rispondi a caso, magari "quello che prendi tu", e ti trovi inopinatamente a sorseggiare un porto o un Biancosarti. Parlate del più e del meno, le elezioni, l'impegno politico, Pasolini, la prima della Scala, poco importa. State entrambi pensando ad altro: tu a quando vi deciderete a uscire di lì e a liberarti da quest'ingrata situazione con una cena in un posto pubblico, lui a come può riuscire a infilarti nel suo letto. Un po' alticci e certamente affamati, cominciate a un tratto a disquisire su dove andare a mangiare. Inutile patteggiare, il ristorante prescelto ha una caratteristica fondamentale: sta in zona, che sia messicano, toscano o cinese a questo punto non conta.&lt;br /&gt;La variante più squallida è quella del luogo dove "Che ci dò che ci dò" è conosciuto e porta tutte le sue amiche, dove lo chiamano dottore e lo/vi conducono al solito tavolo. "Che ci dò", però, raramente è stupido e preferisce un locale a un tiro di schioppo da casa ma dove non va quasi mai o dove non è addirittura mai stato e dove entrambi potete tranquillamente restare anonimi.&lt;br /&gt;A tavola la conversazione brillante e un po' brilla ti distrae: non pensi al dopo e non fai attenzione a cosa mangia e, soprattutto, a come mangia. Di solito è di una voracità sconfortante... Lui pensa di essere un gourmet, così come si ritiene, senza neppure pensarci troppo, uno straordinario tombeur de femmes. Ignora completamente la differenza tra divorare e degustare. Nel complesso, in effetti, il cibo non ha davvero importanza per lui, perciò, quando non si avventa sul piatto, appartiene al genere che spizzica distrattamente utilizzando per lo più forchetta e coltello per sottolineare, agitando le posate, i punti chiave delle sue tesi. In compenso beve, forse pensando di spingere te a fare altrettanto, visto che tra maschietti corre voce che una donna ubriaca ceda più facilmente (tra femmine accade di sapere che spesso una donna ubriaca finisce con l’addormentarsi a tradimento). Poi, magari proprio perché sta annegando la sua prosopopea e il suo desiderio nel vino, ti accorgi d’un tratto che i suoi occhi luccicano, cominci a trovarlo simpatico, oltre che interessante, e persino un pochino attraente. Quanto basta perché, quando ti propone di prendere il bicchiere della staffa a casa sua, tu accetti. (A pensarci bene, forse non aveva tutti i torti : è probabile che l’alcol che hai in corpo sia dalla sua e ti renda più collaborativa).&lt;br /&gt;Per strada ti cinge le spalle, ti sbaciucchia il collo e le guance e tu, povera idiota, ridi. Sul divano ti spoglia con un tale affanno che finisci per dargli una mano. La vuole ora, subito e qui. Se fossi lucida sarebbe tutto così chiaro. Quindi ci arriva. « Aaah » geme penetrandoti e cominciando un movimento a stantuffo tanto energico quanto poco coinvolgente. Cominci a riacquistare coscienza e capisci d’un tratto cosa sei per lui : nient’altro che un buco in cui masturbarsi. Operazione che gli riesce, del resto, egregiamente : il ragazzo si agita, suda, fa del suo meglio, in un patetico tentativo di dimostrare la sua potenza e forse, chissà, anche la sua superiorità di maschio alfa. Viene con il crescendo di « Aah, aah, aah » ben noto a tutti gli adulti di questo mondo, sbattendoti, in senso letterale prima ancora che gergale, senza grande ritegno. Come probabilmente ritiene si debba fare. E, di sicuro, pensa pure di poter definire « la sua prestazione » ottima. A te è sembrata la performance di uno scimmione. Anche se ti rimane il dubbio che il paragone sia francamente offensivo per orango, gorilla e consimili.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-115270337047257504?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/115270337047257504/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=115270337047257504' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115270337047257504'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115270337047257504'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/07/uomini6-prefazione-altri-episodi-lio.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-115192300564923369</id><published>2006-07-03T12:28:00.004+02:00</published><updated>2011-09-14T17:58:47.994+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/5&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il falso tantrico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/khajuraho-temple.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/khajuraho-temple.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;Naturalmente si comincia con un invito a cena. Per parlare, saggiarsi, vagliare i punti in comune e quelli di separazione. Un uomo d’altri tempi. A parte il fatto che cerca quasi sempre di concludere la prima sera.&lt;br /&gt;Ti passa a prendere sotto casa ed entra per primo nel locale dove ha prenotato. Ti colma d'attenzioni, ti prende la mano sul tavolo (a volte se la porta alle labbra). È disinvolto e sa già che lo bacerai appena si presenterà l'occasione. Se gli offri il destro, finirete a casa tua, ma se glissi non saprà resistere al rischio di un appuntamento finito in bianco e ti aprirà le porte del suo rifugio.&lt;br /&gt;Dopo il corteggiamento classico, una volta in intimità, si lancia in proclami ambiziosi. Ti fa accomodare in una poltrona accogliente o sdraiare sopra un divano e ti chiede di chiudere gli occhi. Ti sfiora le palpebre con le labbra e, in piedi o inginocchiato alle tue spalle, ti massaggia le tempie con le dita. Mentre il tocco rilassante delle sue mani saggia tutto il tuo viso comincia a dire che gli uomini occidentali hanno dimenticato il principio dell'eros: “Piacere non è sinonimo di eiaculazione”. Frase che, in casi estremi, può anche diventare “Orgasmo non è sinonimo di eiaculazione”.&lt;br /&gt;Così ti tira dalla sua parte. Cominci a sperare di avere incontrato un uomo che non ti ponga le eterne domande tese a rassicurarlo: “Tutto bene?”, “Ti è piaciuto?”, o anche, più crudamente, “Sei venuta?”. (Non so se qualcuno abbia contato le parole spese nel tentativo di descrivere, raccontare o semplicemente spiegare agli uomini l’orgasmo femminile. Si legge di tutto. Secondo alcuni la stragrande maggioranza delle donne non lo raggiunge mai - e rimane latente il sospetto che quelle poche che lo provano fingano; secondo altri, esistono due tipi di orgasmo, quello vaginale e quello clitorideo; altri ancora protestano che quello vaginale è solo un mito e che tutti gli orgasmi sono clitoridei. Qualcuno immagina la pena di Masters e Johnson che hanno impiegato anni a studiare rossori, intensità, numero degli orgasmi - femminili e maschili - e a riportare il tutto su diagrammi e tabelle? A che pro? Una donna che ha un buon rapporto con il suo sesso sa benissimo che piacere e orgasmo non sempre coincidono, che a volte è bello fare l'amore anche senza raggiungere nessun orgasmo, che ci sono orgasmi più intensi e meno intensi, che è difficile stabilire se esistono orgasmi uguali, che non è affatto difficile avere orgasmi multipli, che si può avere un orgasmo con un rapporto anale, che - più raro - si può avere un orgasmo anche senza rapporto, che ci sono orgasmi che fanno quasi perdere i sensi e altri che assomigliano a uno starnuto. Il repertorio potrebbe probabilmente continuare all'infinito perché ci sono molti più tipi di orgasmi che donne. Comunque uno che esordisce con aforismi di quel tipo sul piacere sembrerebbe avere le idee più chiare di tanti altri).&lt;br /&gt;Il falso tantrico, dunque, con le sue massime pseudo-orientali, non può che trovare consenso tra il pubblico femminile. Per una donna sono ovvietà, le sue. Ma è piacevole. Piacevole il suo massaggio, ora un po' più, ora un po' meno sensuale. Piacevole che sia lui a toglierti le scarpe. Piacevole che si occupi dei tuoi piedi e che per farlo meglio ti sfili le calze (l'ostacolo si supera di un balzo anche se per farlo deve fare scivolare giù pure i pantaloni). Piacevole che ti chieda perdono perché vuole prendere un po' d'olio profumato. Piacevole che al suo ritorno abbia addosso soltanto una vestaglia. Piacevole che ricominci esattamente da dove ha abbandonato. Piacevole che ti dica che non siete nelle condizioni migliori (anche tu cominciavi a renderti conto che per goderti tutto questo avresti dovuto essere distesa meglio) e che ti proponga di sdraiarti su un letto. Piacevole che ti prenda per mano per farti alzare, che ti posi le mani (calde, decisamente calde) sulle spalle e affondi il naso fra i tuoi capelli. Piacevole che continui ad accarezzarti il collo e a darti piccoli baci mentre raggiungete il letto. Piacevole che ti chieda se non preferiresti togliere anche la camicia. Piacevole che non faccia obiezioni quando ti sfili il reggiseno e neppure quando ti tieni gli slip. Piacevole che cominci dalla schiena.&lt;br /&gt;Tu intanto chiudi gli occhi e lo lasci fare. Ha delle mani miracolose e se oltre a massaggiarti ogni tanto ti bacia non è affatto fastidioso. Anzi. Chissà se lo fa apposta ad appoggiarsi così? Comunque anche sei hai l'uccello a contatto delle piante dei piedi, mica è mal fatto. È quasi eccitante. Così cominci a fargli piedino e lo senti interessato. Lui ti bacia le gambe e ti chiede se non vuoi provare tu a massaggiarlo. La vestaglia si apre. Ha un buon odore. Prendi un po' d'olio e lo frizioni. Ti abbassi e passi la lingua sull'interno coscia. Così, giusto per giocare a scoprirsi.&lt;br /&gt;I ruoli si sono invertiti e tu ti ingegni: per massaggiargli i piedi usi le tette e il tantrico va in solluchero. Poi mani e tette passano sulle gambe, gli lecchi le palle, lo prendi in bocca ed è già in orbita. Tanto che viene subito.&lt;br /&gt;E sarebbe niente: è che invece di lasciarti continuare il tuo massaggio esplorativo (e di proseguire nel suo) comincia a balbettare giustificazioni. Cerchi di essere rassicurante e di fargli capire che è tutto ok, avete almeno tutta la notte davanti a voi. La perlustrazione reciproca, erotica o meno, ti piace ed eiaculare non è peccato. Il tantrico però ha reazioni classiche da post coitum educato (quello maleducato è un grugnito e un paio di spalle davanti al viso): ti abbraccia, ti sbaciucchia, ti accarezza la testa, ti fa le fusa e magari aggiunge amenità sul genere sei una donna eccezionale. A questo punto se va bene si addormenta come un agnellino, se va male ti chiede se vuoi bere qualcosa o peggio se non ti spiace che ti riaccompagni. E tu sbadigli nel dubbio: sarà stato un falso tantrico o soltanto un eiaculatore precoce?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;foto: il tempio di Khajuraho, India&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-115192300564923369?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/115192300564923369/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=115192300564923369' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115192300564923369'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115192300564923369'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/07/uomini5-prefazione-altri-episodi-lio.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-115080073686159371</id><published>2006-06-20T12:51:00.000+02:00</published><updated>2007-01-23T16:41:48.165+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sviluppi imprevisti'/><title type='text'></title><content type='html'>Sviluppi imprevisti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/copertina%20sviluppi%20imprevisti%20per%20dada%3F%3F.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/copertina%20sviluppi%20imprevisti%20per%20dada%3F%3F.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;No, dico, manco buona di pensarci da sola. Per pensare di inserire qua una copertina che mi sta a cuore (è &lt;a href="http://www.arpnet.it/cs/sviluppi/sviluppi.htm" target="_blank"&gt;l'originalissimo libro&lt;/a&gt; di una cara amica, cettina calabrò), ho dovuto copiare &lt;a href="http://zesitian.blog.kataweb.it/il_mio_weblog/2006/06/sviluppi_imprev.html" target="_blank" &gt;ze&lt;/a&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-115080073686159371?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/115080073686159371/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=115080073686159371' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115080073686159371'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115080073686159371'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/06/random-sviluppi-imprevisti-no-dico.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-115027487709238491</id><published>2006-06-14T10:42:00.004+02:00</published><updated>2011-09-14T17:59:18.542+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/4&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il perverso&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/45_0.Badeente%20bondage.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/45_0.Badeente%20bondage.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;Non è tanto che sia appassionato di Nawa Shibari o di altre tecniche più o meno sofisticate di bondage e similia. È che a lui piacciono le donne. (O gli uomini. O, più facilmente, entrambi). E questo appare chiaro sin dall'inizio. Ma solo più tardi, molto più tardi e con una conoscenza più approfondita, si riesce a capire che, se in un istante qualunque la trovasse attraente, potrebbe scoparsi anche una sedia.&lt;br /&gt;Innanzitutto, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, non ha lo sguardo spermatico, ma, mentre ti guarda, muove spesso le labbra, le tocca, ti pregusta insomma. A qualcuna, infatti, appare viscido, ma la maggior parte delle fanciulle di qualsiasi età si precipita nella tela di questo ragno con foga.&lt;br /&gt;Ci sa fare, naturalmente. E sa soffrire per amore, cosa rara in un uomo. Si innamora. Non di te, ma, insomma, sai che qualche volta si è innamorato. Ed è un corteggiatore classico, dunque tanto più insospettabile. Ti invita a cena in uno dei migliori ristoranti perché, spesso, oltre al sesso, adora la tavola; ti guida nella composizione del menù e nella scelta del vino senza apparire autoritario; ti cede il passo quando deve; ti apre la portiera dell'auto; ti guarda dritto negli occhi e, sorpresa, ti tratta come se in te vedesse una persona intelligente e non un pezzo di carne. Per questo, con lui, è facilissimo litigare.&lt;br /&gt;Il fatto che non andiate d’accordo e che magari passi gran parte della sera a pensare “Che ci faccio qui?”, non lo turba affatto. Probabilmente se l'è chiesto anche lui. Il punto è che, uscendo dal ristorante, la sua mano si ferma sulla tua schiena: calda, aperta e più o meno all'altezza dei lombi. E prima ancora che apra bocca per invitarti a bere il bicchiere della staffa sai che ci finirai a letto in poche decine di minuti.&lt;br /&gt;La mano ha fatto il suo miracolo e già prima di risalire in macchina vi avvinghiate con passione. I corpi a contatto, una mano sul seno (gli uomini lo saggiano sempre subito. Sembra quasi che lo soppesino. E se lo trovassero insufficiente? Rinuncerebbero? Improbabile. E allora?) e una sui lombi. C'è di che dimenticarsi che mezz'ora prima lo detestavi.&lt;br /&gt;È probabile che, una volta a casa (sua naturalmente), ti offra un po' di cocaina. Poi riprende la sua esplorazione e, più che baciarti, ti mangia, ti aspira. Nel frattempo puoi chiedere quello che vuoi, il Perverso ha sicuramente tutto ciò che può farti piacere a portata di mano. Per di più sembra che abbia tre bocche e dieci mani: è dappertutto in ogni momento. Non ti studia, ti assaggia. In ascensore, sul divano, sul lavandino.&lt;br /&gt;Spesso, spessissimo, soffre di inspiegabili fobie o di manie a senso unico. Magari non sopporta che gli si tocchino i capelli. Oppure può avere una fissazione per il tuo ombelico e un inconsueto orrore per il suo. O va pazzo per il tuo sedere e improvvisamente si interessa quasi solo a quello (e pensare che al ristorante ti eri illusa di avere un cervello sopra le chiappe). È diretto, ti dice se gli fai male o cosa gli piace, ma, a parte le istruzioni per l'uso, di solito non parla molto. Il percorso te lo suggerisce spingendoti delicatamente. Con le mani, il ventre, il petto, le labbra, le gambe e tutto quello che ha a disposizione. Il suo repertorio è vastissimo e il suo letto una vera alcova: massiccio (a volte con il baldacchino), biancheria finissima, teso ed elastico al punto giusto.&lt;br /&gt;Ha preferenze nettissime: il sesso orale, per esempio. O la sodomia. E non c'è verso di farlo in altro modo: bisogna sempre arrivare lì. Le strade, naturalmente, sono ogni volta diverse, perché, per fortuna, al Perverso non manca la fantasia. Quando ti capita quello che viene solo se ti guarda mentre ti masturbi, però, può essere seccante. O rassicurante, secondo i casi.&lt;br /&gt;In genere non viene mai, anche perché si è tirato un chilometro di coca e non c'è verso di farglielo scendere. Dunque, rispetto a molti altri uomini, ha un vantaggio, come direbbe una mia amica padovana: gran scopatore. Però è difficile da presentare in casa e alle amiche: non vede l'ora di andare a letto con te e quella biondina incinta. O con te e la tossica. O senza di te ma con la tossica e la biondina. O con tutte e tre insieme. O con una coppia di adolescenti entrambi bellissimi che ha intravisto in fondo a un bar. O con quella tizia che si appoggia al bancone e sembra più di là che di qua. O con te, tua madre e le tue sorelle. O con la poltrona di famiglia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-115027487709238491?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/115027487709238491/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=115027487709238491' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115027487709238491'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/115027487709238491'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/06/uomini4-prefazione-altri-episodi-lio.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-114959338507081983</id><published>2006-06-06T13:26:00.004+02:00</published><updated>2011-09-14T17:59:54.125+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/3&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il melodrammatico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/Valentino%2C%20Rudolph%20%28Son%20of%20the%20Sheik%2C%20The%29_02.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/Valentino%2C%20Rudolph%20%28Son%20of%20the%20Sheik%2C%20The%29_02.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;Grande affabulatore, sguardo assassino, fascino appena un poco decadente. Impossibile non caderne vittima. Ma è un soggetto ad alto rischio: con lui tutto è una recita. Perciò devi prepararti ad affrontare, fin dalla prima sera, diversi partner, tutti racchiusi in un unico involucro. Prendiamo la cena: naturalmente giocherà a fare il seduttore, dunque proporrà un raffinato giapponese, un tre stelle Michelin o, almeno, un ristorante consigliato da quelli dello Slow Food. Inutile sperare in qualche complimento, non ha ancora imparato a recitare il Casanova, ma cercherà di colpire con qualche frase a effetto e, da sfinge senza misteri quale poi si rivelerà essere, butterà lì citazioni e giudizi che sembrano arcani da risolvere. L'effetto dipende dal grado di ubriacatura, reale o affettiva, cui sei arrivata. In casi estremi ti può anche capitare di prendere l'affabulatore per un genio. In ogni caso, ti senti stordita, confusa, ammaliata, lusingata. E non avrai la più pallida idea di dove si vada a parare.&lt;br /&gt;Difficile che il melodrammatico proponga, dopo la cena, di andare a bere qualcosa da lui. La sua richiesta sarà piuttosto del genere: "Cosa diresti di cavalcare con me attraverso questa lunga notte?". Sembra una profferta esplicita e pure un po’ scema? Non all'infatuata, anche se il risultato è identico al consueto: si finisce a casa del predatore. L'attore di questa recita, infatti, preferisce calcare un palco a lui ben noto che lo metta in grado di continuare a condurre il gioco e, al limite, di tirare i fili del burattino in cui sta cercando di trasformare la sua accompagnatrice. Perciò sarà capace di bendare gli occhi alla fanciulla prima di farla penetrare nel suo antro, di condurla per mano su e giù dai gradini e di renderle la luce e la vista solo una volta arrivati al cuore della casa.&lt;br /&gt;Più o meno attorno al divano. A questo punto dal frigorifero Wizard Zanussi come dal mobile bar dell'Ikea fanno la loro comparsa flûte e champagne; o ballon e cognac; o vinsanto e tarallucci, secondo i gusti e le disponibilità.&lt;br /&gt;Il melodrammatico mesce e resta in piedi, sorseggiando e al contempo spiando le reazioni della preda-marionetta-spettatrice. Guarda così fisso e penetrante dentro agli occhi della sua partner del momento che la sciagurata può avere il sospetto che sia un tentativo di ipnotizzarla. In effetti mister melò cerca di trasformarsi in una sorta di mago-prestigiatore. In qualcuno che possa credibilmente leggere la mano, le carte, il fondo del bicchiere, come la grana della pelle, la seta delle chiome, il lobo dell'orecchio, un neo. È così che inizia l'avvicinamento.&lt;br /&gt;Onestamente: in generale il melodrammatico snocciola bestialità, ma con un tono tale che è impossibile non pendere dalle sue labbra. Specie se sono rosse e carnose. Vomita sciocchezze con fare di mistero fino a quando è così vicino che la sua vittima non può fare a meno di sentirne l'odore. Allora, la poveretta ha l'impressione che le stia parlando addosso, a un millimetro dalle gote. Niente è più naturale che lasciar cadere un po' indietro la testa e chiudere gli occhi e niente è più naturale dell'arrivo del primo bacio, avido, sensuale, penetrante. Plaff, eccoti lì, come creta nelle sue mani.&lt;br /&gt;Carezze, neppure troppo languide, e decine, centinaia di baci: in gola, sugli occhi, sulle gote, sui capelli, sulle braccia, nei palmi, sul décolleté. Finché, seguendo un copione da Amedeo Nazzari, ti prende per le mani e ti trascina in un'altra stanza, sopra il letto. Qui, sempre baciandoti, comincia a sollevarti il golfino, poi sgancia il reggiseno, scende a poggiare le labbra sulle gambe e prosegue a sfilare le scarpe. Poi fa scivolare gonna, calze e slip, quasi in unico movimento. Oplà.&lt;br /&gt;E continua a baciarti mentre spoglia se stesso e tu, sventurata, cominci ad armeggiare con bottoni e cerniere. Quindi ti rovescia sul piumino ed è un attimo: il melodramma è già dentro di te. Siamo al culmine della pièce. Dunque, qui e ora, il nostro eroe riprende a parlare.&lt;br /&gt;"Hai avuto quello che volevi, eh?"... (Bè, oddio, non la metterei così...). Non ti resta che sgranare gli occhi e sbattere le palpebre stranita, mentre l'educazione cattolica di lui prende il sopravvento sul monologo: "E allora tieni!" (Aah, e ridaje) ripete insensatamente con un coro di mmph e mugolii e un gran agitare di braccia. "Prendi, maiala" (Uff, ma che gli ha preso?). In effetti sembra parlare a se stesso, con il volto verso il muro a riflettere la sua beltà di gaudente in uno specchio non sempre immaginario. Si solleva sempre più ed è sempre più tronfio, mentre continua a blaterare cose tipo "Ecco la punizione che ti meriti", e si allontana sempre più dal corpo sotto il suo.&lt;br /&gt;Lo spettacolo sarebbe esilarante se tu non fossi ormai irrimediabilmente distratta: il melodrammatico cede la sua appendice mascolina come fosse un regalo e un martirio insieme e non lascia andare neppure un briciolo del resto. Recita per se stesso e si tributa un autotrionfo venendo. Poi si butta sul lato opposto del letto e si infila sotto le coperte. Muto e mortalmente offeso per non avere ricevuto neppure il più piccolo applauso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;foto: Rodolfo Valentino nel film "Il figlio dello sceicco"&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-114959338507081983?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/114959338507081983/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=114959338507081983' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114959338507081983'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114959338507081983'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/06/uomini3-prefazione-altri-episodi-lio.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-114890091652142143</id><published>2006-05-29T12:59:00.000+02:00</published><updated>2007-01-23T16:42:28.070+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Random'/><title type='text'></title><content type='html'>Black out cosmico. Ovvero: nient’altro che nero&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/black%20out%20www.kfunigraz.ac.at.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/black%20out%20www.kfunigraz.ac.at.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il sole si era assopito un istante. Giusto il tempo di illudersi di poter fare a meno di sorgere e tramontare all’infinito in qualche angolo dei nove corpi celesti che gli giravano attorno. Stava per stiracchiare un paio di raggi e si accingeva a sbadigliare, quando gli occhi fecero per uscirgli dalle orbite. Con il rischio di provocare una perturbazione di incalcolabili conseguenze sul suo intero sistema.&lt;br /&gt;Incredibile eppure evidente: qualcuno mancava all’appello. Il pianeta blu, quello che parte dei suoi abitanti si ostinava a chiamare terra, era scomparso. Al suo posto ci doveva però essere qualcosa, visto che la sparizione non aveva, almeno per il momento, avuto conseguenza alcuna sul resto della galassia.&lt;br /&gt;In effetti, proprio lì, dove prima c’era il blu, aveva preso forma un brutto coso scuro. Se non avesse saputo per certo che non poteva essere tale, il sole l’avrebbe forse definito un buco nero. O, piuttosto, un non-spazio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Improvviso. Non c’è suono. Non c’è luce. Non c’è, vorrei dire, nulla. Quanto tempo posso aver passato fuori di me prima di questo frammento di ora, in cui, all’improvviso appunto, ho ripreso coscienza? Non so nemmeno se si possa chiamare coscienza. Diciamo che mi sembra di essere. E che, intorno a questo mio presunto me, c’è solo buio. Un nero che sembra spesso. Forse sono caduto in un barile di pece. Solo che non riesco a ricordare cosa sia un barile di pece. E come diavolo ci sia finito. Sento soltanto, attorno, questo vuoto. Che mi sembra immensamente pieno.&lt;br /&gt;Immobile. Sono immobile. O, meglio: ho una sensazione di staticità. Segno che con qualcosa, ma cosa sia questo qualcosa proprio non lo so, percepisco qualcos’altro. Non so neppure da dove mi vengano queste parole. Arrivano così, in mezzo al niente. Si impongono lì per un po’ fino a quando riesco a costruirci intorno un edificio. Una volta, forse, li chiamavo pensieri. Pensieri. Già.&lt;br /&gt;Inutile. Congelato. Forse sono soltanto congelato. Me lo immaginavo diverso. Im-ma-gi-na-vo. Riconosco il suono che non sento, ma il significato mi sembra incerto. Mi immagino, però, congelato. Non dovrei avere freddo? O caldissimo? Non dovrei sentirmi rigido? Ecco, forse, cosa sono: rigido. Ma non capisco se fa parte della mia natura. Se è normale che io sia rigido. Normale. Mi sembra quasi di esserne certo: qualunque cosa voglia dire normale, qui e ora non c’è nulla di normale.&lt;br /&gt;In-na-tu-ra-le. Ecco, ecco, ecco: questo silenzio, questo nero, questa fissità, quest’inerzia, questo mio essere un non-io, mi sembrano oltremodo innaturali. Forse, devo fare. Una cosa qualsiasi. Forse, già la faccio. Cosa-a-a-a? Ho voglia di urlare. Ma, qui, dove sono finito, non sembrano esserci suoni.&lt;br /&gt;Indice? Indice. Mi sembra che sia un indice. E comincia a muoversi. Come se tentasse di sollevarsi. Polpastrello contro? Terra? Forse polvere. Sento i granuli scorrere lenti e diventare una presenza sotto la mia pelle. Ho paura che il tempo non sia più. Perché mi sembra che da sempre questa mia appendice muova quella polvere. Sfiora; l’indice sfiora millimetri quadrati di microscopiche sfere di. Anche l’indice si sta svegliando. E questa ginnastica impercettibile è il suo sbadiglio.&lt;br /&gt;Inarcato. L’indice è inarcato ora. E mi provoca un intorpidimento. Proprio lì, nella prima falange. Un dolore di pelle che tira. Avrei quasi voglia di lasciar perdere, di tornare di nuovo a quel torpore che mi avvolgeva fino a poco fa. Ma da qualche parte, che non so definire, ho come un desiderio di conoscenza. De-si-de-rio. Di nuovo una parola che mi turba. L’indice lo sente e cerca di spostarsi di lato.&lt;br /&gt;Incontro. O, dovrei piuttosto dire, scontro. Ancora inesperto del movimento esplorativo l’indice ha cambiato di posto troppo bruscamente. Ora si trova come sollevato, appena appoggiato sopra una superficie liscia, quasi levigata, proprio sotto la falangetta. Contro il resto sente un po’ di calore. Nient’altro. &lt;br /&gt;Ci sono: non sono congelato.&lt;br /&gt;Insieme, l’attinia e il paguro bernardo che l’indice e il suo supporto hanno deciso d’essere provano a slittare ancora sul fondo. Appunto: c’è un fondo. Quindi un sopra e un sotto. Niente pece. Credo. Ma non ho modo di riflettere: a sinistra scopro un nuovo ostacolo.&lt;br /&gt;Invalicabile. Con questa posizione accoppiata, l’ostacolo è come un enorme macigno. Una montagna piuttosto. L’indice decide, perciò, di. “L’indice decide?” Io o lui? Non so, già non so più. Comunque: l’indice decide di proseguire da solo e il polpastrello scivola su una superficie liscia identica a quella del paguro. (Paguro?).&lt;br /&gt;Indietro. L’indice torna indietro. E comincia a passare dall’una all’altra area liscia. Poi ha un’intuizione: unghie. Quindi dita. E scopre di non essere un indice. Bensì un medio, compreso tra un indice e un anulare, senza dubbio. Così cerca di recuperare il suo spazio tra i due e comincia a insegnarli il movimento. Su. Giù. Ancora su. E ora giù. Bravi. Tutti insieme: su, giù.&lt;br /&gt;I fratelli. È così. Non so perché ma lo sento: ci sono anche loro, pollice e mignolo. Che gioia: sembriamo proprio una famiglia che si ritrova. Uno e quino. O come diavolo si dice.&lt;br /&gt;Inutile mettersi d’accordo. Non appena ci ritroviamo, è un attimo: decidiamo di muoverci. All’inizio è un po’ difficoltoso. Ma da quanto, accidenti, da quanto stiamo fermi?&lt;br /&gt;Impossibile soffermarsi su ogni istante. L’esplorazione procede alla cieca: un po’ avanti, un po’ di lato, un po’ indietro. Impossibile anche dire, ormai, da dove siamo partiti. Sembra un’eterna ricerca di altro da sé.&lt;br /&gt;Inesorabilmente uguale a se stessa. Fino a quando l’anulare crede, pensa, suppone, di percepire un buco. Uno spiraglio. Un’idea di libertà. Di fuori-da-qui.&lt;br /&gt;Iniziamo a scavare. Pochi granelli portati via a turno, mentre la polvere di terra si ammucchia sotto le falangi. E pollice, che a scavar non serve, cerca di spazzarla verso il palmo. (Palmo?).&lt;br /&gt;Impieghiamo così almeno un milione di notti. E altrettanti giorni. Solo che, al buio, sono indistinguibili. Fin quando al medio, sempre a lui, sembra di sentire un soffio d’aria. Allora, il tentativo di perforazione si fa frenetico.&lt;br /&gt;Iiih, iiih, iiih: manciate di polvere, di terra e di chissà cos’altro vengono estirpate dalla mano con urgenza e rabbia. E, come in un sogno, arriva il momento in cui le dita possono librarsi nell’aria. Ora c’è un vuoto. Da qualche parte; non molto lontano.&lt;br /&gt;Inebriate dalla moltiplicazione delle possibilità di movimento, le dita si agitano come pazze. Ed è grazie a questo movimento convulso che scoprono ancora dell’altro. Pelle. Sembra pelle. Sembra viva. Sembra umana.&lt;br /&gt;Iddio esiste: qualche centimetro di pelle umana, ancora tiepida, se non calda, si stende davanti a noi. Grazie, grazie, signore, di questo immenso beneficio, grazie. La pelle, sotto il contatto delle dita, comincia a fremere. Una spalla! Ecco cos’è: una spalla. Mano, spalla; mano, spalla; mano, spalla. Come si chiama questo? Carezza?&lt;br /&gt;Io, io. Fino a poco fa non sapevo neppure di esistere. E, ora, nel nulla, nel vuoto, Io accarezzo una spalla.&lt;br /&gt;Il momento si fa solenne. Mi sento ansimare. La sento ansimare a sua volta. Ora lo so: è amore. E mentre d’un tratto capisco, sento che miliardi di stelle esplodono dentro di me. Come dentro di lei.&lt;br /&gt;In un unico, gigantesco, orgasmo. Talmente forte che si sarebbe tentati di chiamarlo un orgasmo cosmico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sole s’era di nuovo assopito. Un istante. Gli accadeva, ogni qualche migliaio di secoli. Toh, si disse, svegliandosi, il pianeta blu è tornato.&lt;br /&gt;In alto, in alto, da lassù, neppure il sole poteva vedere gli unici pezzetti d’osso rimasti sulla nuova terra: un insieme di falangi e una scapola, che, indissolubilmente intrecciati, avevano saputo attraversare il tempo. Tutto quel tempo in cui il non-spazio si era impadronito del posto del pianeta blu. L’astro giallo non poteva saperlo, ma la speranza di una nuova vita stava tutta lì, in quel minuscolo mucchietto d’ossa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;foto: www.kfunigraz.ac.at&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-114890091652142143?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/114890091652142143/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=114890091652142143' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114890091652142143'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114890091652142143'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/05/random-black-out-cosmico.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-114794887585296526</id><published>2006-05-18T12:41:00.004+02:00</published><updated>2011-09-14T18:00:28.026+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini/2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Io narrante&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/libro%20aperto.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/libro%20aperto.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;“Non sai che te farebbe”. Se conoscesse il condizionale, il nullafacente che ti promette un pigiamino di saliva potrebbe rivelarsi, a letto, un eccellente esempio di Io narrante. Uno che ti bacia e dice “Vorrei leccarti i capezzoli fino a quando mi supplichi di non farlo più. Piano, perché queste cose si fanno piano”. Ti sembra quasi di svenire quando finalmente dalle labbra scende al collo e fai di tutto per spingerlo un poco più in basso. Stai per parlare, per pregarlo o per intimargli di farlo, di prendere in bocca il tuo seno. Piano o forte, come vuole, c'è il tempo sufficiente per tutto.&lt;br /&gt;L'Io narrante, però, ti smorza il fiato con un altro bacio, ti risucchia con la lingua. Poi, ti copre la bocca con la mano. E ricomincia ad alitarti sul collo “Vorrei mettertelo in mezzo alle tette. Vorrei che tu lo stringessi in mezzo a loro e le muovessi lentamente fino a farmi venire e a ricoprirti il collo di sperma. Piano, perché queste cose si fanno piano”.&lt;br /&gt;Tu mugoli un incomprensibile “sì” e l'Io narrante equivoca e prende un ritmo ancora più lento. Si solleva e ti osserva sfiorandoti appena il viso con la punta delle dita. E la sua mano fugge indispettita se cerchi di afferrarla per leccarla, baciarla, morderla. Risultato: dopo mezz’ora di incontro ravvicinato vi ritrovate più distanti che mai e tu credi di capire che se vuoi concludere devi stare al suo gioco: passiva (o, almeno, non troppo attiva) e al suo ritmo.&lt;br /&gt;Ripresosi dal turbamento, il suo dito medio ripassa il tuo profilo e l’Io narrante riprende la sua descrizione: “Vorrei cospargerti il corpo di cioccolato, dalla punta dei capelli alle unghie dei piedi e poi pulirti tutta con la lingua. Piano, perché queste cose si fanno piano”.&lt;br /&gt;Davanti a te, all'altezza della tua pancia, vedi il suo cazzo: bello, turgido, imperiale. Lo vuoi e sai che non puoi avvicinarlo. Pena la perdita dell'oggetto del desiderio. Lo guardi, lo sfiori timidamente e già si allontana. Ce l'hai di nuovo addosso: il contatto della sua pelle è il massimo che ti ha concesso finora. E in questo momento, effettivamente, è un balsamo.&lt;br /&gt;Miracolo, la sua lingua è arrivata al petto, sta quasi per salire il monte del tuo seno sinistro “Vorrei prendere il tuo clitoride fra le labbra. Succhiarlo, titillarlo. Tenerlo fra la lingua e i denti. Mordicchiarlo. Baciarlo. Limonare con lui. Gonfiarlo. Premerlo. Piano, perché queste cose si fanno piano”.&lt;br /&gt;Ormai gemi e il tuo bacino si solleva alla ricerca del suo. Cerchi di fare arrivare fino all’Io narrante l'onda che ti sta montando dentro. E intanto fai salire il capezzolo verso la sua bocca. Ci sei.&lt;br /&gt;Dio, ecco che ricomincia. “Vorrei sentire la tua vulva aprirsi fra le mie labbra. Spingere la mia lingua dentro di te. Piano, perché queste cose si fanno piano”. Sei in un bagno di sudore e di muco, il liquido addosso a te e dentro di te ti dà alla testa, ti spingi l'indice contro il palato e succhi, succhi, mordi, lecchi, ami. La tua mano.&lt;br /&gt;Buon segno, comincia a sbavare. Piano, perché queste cose si fanno piano. Le sue labbra toccano appena la punta del tuo seno sinistro ma sei così eccitata che ti fanno quasi male. I capezzoli sono così eretti che potrebbero forare un foglio se qualcuno avesse l'idea di piazzargliene uno davanti. “Vorrei bere tutto il tuo liquido. Vorrei che mi venissi in bocca. Voglio sentire sulla mia lingua il tuo utero che freme. Voglio entrarti dentro mentre vieni. Piano, perché queste cose si fanno piano”.&lt;br /&gt;Accomodati, accomodati, ti prego, fallo. Mi mordo le labbra, ansimo come un mantice. Quasi ce la faccio a venire anche se non mi tocchi. Mi sembra di sentirla la tua lingua sul clitoride e poi il tuo naso sul clitoride e la tua lingua dentro. Annusami, bevimi, mangiami.&lt;br /&gt;Ma che fa? Lingua in bocca. No, ti prego, no. “Vorrei mettertelo dentro. Piano, perché queste cose si fanno piano. Prima solo la punta. Poi metà. Poi avanzare. Piano, per fartelo sentire meglio. E fermarmi ancora prima che sia entrato tutto. Respirare. E poi affondare. Piano, perché queste cose si fanno piano. E poi muovermi, piano, fino a farlo entrare ancora di più”.&lt;br /&gt;Deve averlo lungo un chilometro. E io neppure lo vedo. Credo di essere rossa, dappertutto. Le grandi labbra saranno almeno viola. Le piccole, magari, nere. Mi sento bordeaux anche le radici dei capelli. Guarda i capezzoli che bel fucsia. Ehi, ma che fai pensi all'arcobaleno? “Vorrei fartelo entrare tutto dentro (Vabbè, questo l'hai già detto, procedi). Piano. Sempre di più. Fino a quando non entrano anche le palle. Lentamente. Una per volta. (Cosa aspetti? Cosa aspetti?) Piano, perché queste cose si fanno piano. E poi comincerei a uscire. (Eh no, bello mio) E a rientrare. (Vai!) Piano. (Vabbè). E poi a uscire e a rientrare. E poi a uscire. Piano, perché queste cose si fanno piano”.&lt;br /&gt;Già finito? Cocco, non ci siamo. E poi, e poi. E poi è inutile che continui a promettere. Sono liquefatta e di fuoco al tempo stesso. Voglio il tuo estintore. Dio buono, io una porcheria così non l'ho mai pensata, che mi succede? “Voglio il tuo profumo, nana”. Ecco, magari quello sì, proprio giusto perché c'è la canzone della Nannini. Elà, ma che fa? Scende?&lt;br /&gt;L'Io narrante sembra infoiato duro anche lui, finalmente. E con le labbra sul clitoride continua la sua storia “Vorrei girarti (Lalà!) e cominciare a leccarti il culo. Girare con la lingua intorno al buco. Piano, perché queste cose si fanno piano. (Gira un poco con la lingua anche lì dove sei, amore mio). E poi infilarla dentro per sentire come sei fatta lì. (???) Piano. Dentro e fuori. Per continuare a leccarti (Sììììì) e mettere dentro un dito. Dolcemente, perché queste cose si fanno piano. E poi tornare alla carica con la lingua. Alternare dito e lingua, lingua e dito. Piano, perché queste cose si fanno piano. Fino a vedere che me lo domandi. Col culo. Rosso, aperto, pronto (Sì, sì, sì, prendimi, prendilo, dammelo)”.&lt;br /&gt;Quasi parlo. Smettila, per favore, di prodigarti in questi casti bacini intorno al mio monte di Venere. Tesoro, ho bisogno di lingua, dita, cazzo. Quello di cui parli, insomma. Oddio, ricomincia “Vorrei spalmarti sull'ano la prima goccia del mio sperma. Spennellarti con l'uccello. Piano, perché queste cose si fanno piano (Voglio morire). Spingere dentro lentamente la cappella (Aahh). Sentire il tuo ano che si dilata pronto ad accogliermi ed entrare ancora un poco. Piano. Spostare le mani dai tuoi fianchi al tuo seno e tirarti piano, per le tette, verso di me. (Continua che quasi ci siamo) Vorrei che lo sentissi: duro, dentro fin quasi a metà, con le vene gonfie, bello e potente. Sentilo, avanza ancora di un poco. Vorrei sentire i tuoi capezzoli eretti fra le mie dita mentre ti penetro. Piano, perché queste cose si fanno piano. Vorrei sentirti ansimare e procedere lentamente al tuo interno: un millimetro ogni volta che butti fuori il fiato. Vorrei sentirti bagnata di desiderio e scivolare nelle tue profondità. Quasi ci siamo, devo avanzare ancora un poco soltanto ed è tutto dentro. Ed ora piano, perché queste cose si fanno piano, tengo i capezzoli fra il pollice e l'indice ed esco un poco e poi rientro un po' più a fondo. Tu hai voglia di darmelo ma io devo andare piano perché voglio entrare tutto. Piano, piano, perché queste cose si fanno piano, avvicinerei una palla al buco. Perché entri piano piano e, piano piano, si faccia seguire dall'altra. Perché queste cose si fanno piano. E una volta che tutto sia dentro comincerei a muovermi piano. Ondulatorio e sussultorio. Spingi e gira. Fino a venire. Piano e a lungo. Come un unico essere”.&lt;br /&gt;“Che fai?” D'improvviso mi sento parlare. Una voce da oltretomba, roca e impastata. Proveniente da un altro mondo, la galassia dove l'Io narrante mi ha proiettato. Senza quasi toccarmi. Ma anche senza un orgasmo. “Te ne vai così?”.&lt;br /&gt;“Sì, devo andare. Peccato non avere tempo: ci saremmo fatti una scopata fantastica”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-114794887585296526?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/114794887585296526/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=114794887585296526' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114794887585296526'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114794887585296526'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/05/uomini2-prefazione-episodi-successivi.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-114769058592830725</id><published>2006-05-15T12:55:00.000+02:00</published><updated>2006-05-16T10:20:11.970+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Random'/><title type='text'></title><content type='html'>Infinite storie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pulizia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/pulizia.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/pulizia.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Una volta l’ho fatto. Con il computer portatile. L’ho svuotato di tutto quello che aveva dentro e poi, piano piano, ho cominciato a imbottirlo nuovamente di nozioni, scegliendo con cura solo quelle che mi servivano o che mi facevano piacere o ridere o piangere. Quelle essenziali per il nostro rapporto, insomma. Del computer e mio, dico.&lt;br /&gt;Ora, oggi, mi piacerebbe fare lo stesso con questo mio cervello bacato. Farne un backup completo e poi svuotarlo, renderlo alla sua primitiva verginità. E rimettere dentro solo quello che apprezzo, solo i pensieri positivi, solo l’amore, solo le cose belle, solo le esperienze significative.&lt;br /&gt;Backup. Mi domando se c’è un sistema di salvataggio rapido o se ci vogliono tutti gli anni che ho, trentotto, a ripercorrere ogni cosa e copiarla, e poi magari altri 38 a rimettere dentro anche solo lo stretto necessario. Così finisce che a 114 anni sono bell’e che pronta a riavviarmi come nuova. Con un cervello che sa trasmettere comandi perfetti e un corpo che non sa più come obbedirgli.&lt;br /&gt;Forse basterebbe buttare nel cestino un po’ di roba: “Sei sicura di voler cancellare x, y e z?” “Sì, mannaggia, e sbrigati”. “Sei proprio sicura sicura?” “Sì sì sì”. Addio. Sembra quasi di sentire un rumore di sciacquone. Niente spazio per il pentimento; al massimo una curiosa sensazione di incredulità. Nuova. Che si specchia in un’antica incredulità altrui: “Ti ricordi x?” “X dove? X quando? X cosa? X chi?” “Dai, non fare finta” “Ma finta di che?”. Sparito: non ce n’è traccia nella memoria più recondita, nessun’impronta, nessun alito. Via, andato. Nel cestino prima e poi via anche dal cestino. Qualunque cosa, persona, ricordo fosse.&lt;br /&gt;Un cervello illibato. O quasi. Pulito.&lt;br /&gt;Così potrei provare a chiudere gli occhi. E a smettere di ripercorrere continuamente gli ultimi giorni. Non riesco a ricordare la mia colpa. Eppure devo averne o averne avuta una, di colpa. Se no perché mai mi hanno punita? Perché mi hanno rinchiusa qua dentro?&lt;br /&gt;Forse è una stanza fatta apposta per pulirti. Nient’altro che bianco intorno. Un letto, un tavolo, una sedia. Metallo e bianco. Un lavabo. Bianco. Una tenda bianca che cela una tazza altrettanto bianca. Io e il mio busto. Bianco pure quello. Comincia a piacermi il busto: lo tengo sempre. Così non ho la tentazione di sdraiarmi. Distesa, ho paura di addormentarmi.&lt;br /&gt;Non voglio dormire. Non voglio neppure chiudere gli occhi. Appena c’è buio loro ritornano. Sempre. E io non voglio. Non voglio vederli mai più. Voglio gettarli nel cestino e farli scomparire nella discarica informatica. Per sempre.&lt;br /&gt;Sto seduta. A cantarmi canzoncine e a dondolarmi. Fino a quando la testa ciondola. E, in quel preciso istante, loro arrivano. Come quella sera.&lt;br /&gt;Sono appena scesa dall’autobus. Soltanto 50 metri e potrò infilare la chiave nella toppa, poi su fino al sesto piano e finalmente a casa. Non ho neppure mangiato stasera. Ma non ho fame. Solo una gran voglia di ritrovare il mio letto.&lt;br /&gt;Noto appena tre ragazzotti che sbucano dal vicolo laterale proprio mentre l’attraverso. Avranno sì e no vent’anni, il passo dinoccolato, i berretti calati sulla fronte. E sghignazzano. Li registro con un leggero moto di fastidio e subito mi rimprovero: sto proprio diventando vecchia, com’è che non sopporto più i ragazzini?&lt;br /&gt;Spalanco gli occhi per non essere costretta a rivederli. Vorrei avere una finestra. Che si affacci su un bel giardino, con piante, fiori e bambini che giocano e strillano. Invece ho solo un muro bianco. Sul quale devo sforzarmi di proiettare con la mente immagini di gioia. Una spiaggia con le palme, magari. Un gran sole. E il mare. La risacca, lenta, mi culla fino a farmi assopire nuovamente.&lt;br /&gt;Non ho il tempo di rendermene conto ma quei tre mi stanno praticamente addosso: sono circondata. Cerco di fare l’impavida e dico loro di andarsene e di lasciarmi in pace se no urlo. Sai che minaccia. Uno di loro mi preme una mano sulla gola e stringe. Fa un male cane. Mi impedisce persino di parlare, figuriamoci gridare. “Ora tu vieni con noi”, sibila. Sollevo la borsa e tento di offrirgliela. La scansa con la mano. Poi ci ripensa, me la strappa e la mette nelle braccia di quello a fianco. Sempre tenendomi per la gola.&lt;br /&gt;Lo sconquasso della mia voce urlante mi ha svegliato. Per fortuna. Nel sogno ci sono riuscita: ho buttato fuori tutto il mio terrore con un unico fiato. Un grido terribile. Ma è l’unica cosa piacevole in questa stanza: posso urlare. Quanto e quando mi pare. Che poi è quanto e quando mi serve. Mi accarezzo il collo, meccanicamente, come se le mie mani potessero lenire il dolore. Come se tutto passasse per la gola. Al calore del mio palmo chiudo nuovamente gli occhi.&lt;br /&gt;Sento un rumore che copre tutto il resto. Una specie di tamburo. Un ritmo ossessivo, forte, sempre più forte, troppo forte. Vorrei dirgli di smettere. Poi mi accorgo che mi pulsa nelle tempie, che vuole fuggire dalla gabbia toracica, che cerca, aumentando le pulsazioni, di fare qualcosa per me. Povero cuore, ha già capito, lui. Forse perché ha sentito lo scatto della lama. Io no. Non ho ascoltato altro che le percussioni che mi scoppiano nella testa. Quando il secondo ragazzo mi punta il coltello sul collo, percepisco appena un mugolio. Il mio. E mentre il primo assalitore lascia la presa, il terzo mi afferra i capelli e tira la testa all’indietro. “Zitta” mi soffia addosso. Le lacrime scendono sulla pelle, lungo il collo, ho la nuca madida, di pianto e sudore, brividi liquidi mi percorrono tutta e riesco a pensare soltanto che mi sento un colabrodo, che faccio acqua da tutte le parti. Ed è allora che mi accorgo che anche la mia vescica ha ceduto e mi si bagnano le gambe.&lt;br /&gt;Ed è allora, che, puntualmente, mi sveglio. Il volto inondato, il busto inumidito e quella chiazza di pipì sotto di me. Sempre, la faccio sempre a questo punto. Mi copro gli occhi con la mano, cerco di buttare anche le lacrime. Via, nel cestino, anche loro. Via, via, via. Intanto tiro su con il naso. Poi mi alzo e mi levo i pantaloni e le mutande. Getto tutto in un angolo e mi lavo. Un bidet nel lavabo. Bell’affare. Mi risiedo con un asciugamano avvolto intorno ai reni. Ancora sulla stessa sedia. Guardo il muro e cerco di vederci un volto amico. La mia mamma. O mio marito. Ma non appena mi focalizzo sulla barba, sempre un po’ lunga, mal rasata e, al tempo stesso, così dolcemente morbida, del mio uomo, risento sulla guancia i peli ispidi di quel bastardo.&lt;br /&gt;“Zitta”, riprende allora, da qualche parte nel mio cervello. Finisco a terra. Il porco ha sempre in mano i miei capelli e comincia a tirarmi. Verso il centro della strada, giù dal marciapiede, nella carreggiata. Gli altri due ridono e mi afferrano: una gamba ciascuno. L’istinto mi spinge a scalciare. Poco. Perché il nasone mi fa vedere di nuovo il coltello e mi appoggia la lama dietro la gamba. Nell’incavo del ginocchio. Rantolo. E intanto mi abbandono alle loro mani. Mi afferrano meglio e si dirigono in fretta verso il prato. Quello che mi è così familiare. Stretto tra casa mia e l’ospedale.&lt;br /&gt;Mi buttano a terra. Rimbalzo quasi. Così batto e ribatto la schiena. Il maximontone si è aperto. Il lungo mi sale a cavalcioni e mi sfila una manica. Mi lascio fare e penso: non sono altro che una bambola di pezza, solo un’insignificante, stupida bambola di pezza. Ma quello si alza e mi strattona per un braccio tirandomi in piedi come per un macabro rock’n’roll. Sbatto la testa contro la sua spalla destra, poi, finalmente, il lungo riesce a sfilarmi completamente la bestia da dosso. Quasi con un solo gesto lancia il cappotto ai suoi compari e mi rigetta a terra. Ahi, ho battuto ancora la schiena.&lt;br /&gt;Dovrei sdraiarmi. Quando sto seduta per troppo tempo è sempre così: la schiena riprende a farmi male. Anche se indosso il busto. Ma io odio stendermi: le palpebre vanno subito giù e io sprofondo in un attimo nel solito incubo.&lt;br /&gt;Il nasone mi piazza una suola di gomma sopra il collo; non serve che spinga, ormai ho ricevuto il messaggio. Il lungo mi alza la gonna e strattona i due lembi della camicia. I bottoni saltano. Allora il terzo, quello col boccolo d’oro, tende la mano verso il suo amico e quello gli cede il temperino. Si accovaccia dietro la mia testa e passa la lama sotto il reggiseno. Snap e le due coppe si spalancano lasciandomi il petto nudo. Mi esce un singhiozzo ma ora non mi badano. Afferro l’erba sotto le mie mani e la strappo piano, cercando di svanire o sperando, almeno, di svenire; sento il freddo del coltello sul ventre e so che mi stanno squarciando i collant e gli slip, incuranti di graffiarmi o ferirmi.&lt;br /&gt;Chiudo gli occhi e le mie orecchie sentono il suono di una lampo che scende, poi il fruscio dei jeans sulla pelle; qualcuno mi allarga le gambe e in un attimo mi è dentro. Vorrei non piangere, vorrei non sentire il sapore delle lacrime, del muco e della terra sulla suola che quasi mi entra in bocca, vorrei che tutto finisse al più presto. “Apri la bocca” mi sento dire e spalanco, inghiottendo d’un tratto un pezzo di carne che non ho la forza di mordere; sono in due, due mostri che si muovono dentro di me e mi impediscono persino di non pensare. Poi il primo, il lungo, eiacula, mi crolla addosso e io spero, ancora una volta, che sia finita. È solo il cambio: nuove zip che calano, nuove braghe che si abbassano, e mi ritrovo ad avere ancora due membri dentro. Ha l’orgasmo facile, il nasone, e ci mette poco. Così si interrompe anche il coito orale. “Girati”, sento dire. Poi, con un calcio nel fianco “e girati”; mi lascio rotolare sul ventre. E mi ritrovo addosso il terzo. Mi penetra ancora, si infila nelle mie viscere, mi prende anche l’intestino. Poi ansima, mi afferra i capelli in cima al capo e mi rovescia la testa verso di lui “e guardami, capito?”. Socchiudo gli occhi gonfi e lo vedo: un delizioso, piccolo ricciolo, biondo e ribelle, che sfugge dal cappello in lana.&lt;br /&gt;Qualcuno mi scuote: “signora, signora, la prego, si svegli. Signora, signora”. Sbatto le palpebre e la guardo: è carina, con quel camice. E poi mi ha ripescato dall’abisso; le sorrido. O, almeno, mi sforzo di farlo. Così lei riprende: “signora, mi scusi, l’ho sentita urlare, prima; le ho portato questo. Le farà bene”. Mi porge una compressa anonima, bianca proprio come tutto quello che mi avvolge, e un bicchierino di plastica, piccolo, candido e pieno per metà. Tiro su con il naso e volgo lo sguardo altrove. Non so più come spiegarlo: non voglio dormire. Dormire è il peggio. “Signora, su, da brava, ecco” la ragazza mi ha già infilato la pasticca tra le labbra e ora inclina il bicchiere verso la mia bocca. Bevo e cerco di tenere la pillola da un lato. Per sputarla. Appena ne avrò l’occasione. Intanto l’infermiera si china a raccogliere gli abiti che indossavo poco fa: “che succede? Si è bagnata di nuovo? Guardi che se continua saremo costretti a metterle il pannolone. Non riesce proprio a fare un po’ di attenzione?” Avrei voglia di rispondere. Avrei voglia di dirle che non sopporto questo suo modo di fare, questa parlantina zuccherosa che adopera con me come farebbe con un neonato. Neonato a chi? Potrei quasi essere sua madre. Ma, infine, taccio. Non è cattiva. E non credo davvero che sia colpa sua se sono qui. Per di più prima se ne va e prima riesco a sputare questo schifo di pastiglia. Che, sono sicura, dà sonnolenza. Già faccio fatica a tenere aperti gli occhi.&lt;br /&gt;Cos’ho in bocca? Terra? Erba? Sangue? Mi passo la mano sulle labbra, sfioro la lingua impastata e d’un tratto ricordo. Allora mi blocco. Cerco di restare immobile. All’erta. Intorno a me il silenzio. Rotto appena dal rombo di un motore lontano. Perciò provo a socchiudere gli occhi, ho le ciglia cispose e incastrate e costa fatica. Dallo spiraglio che ho aperto cerco di capire cos’ho intorno. Vedo solo fili, verdi contro il nero. È ancora notte. Ho paura ma provo ugualmente ad aprire un po’ di più le palpebre. Fino a spalancarle e a sbatterle tra loro come quando si esce da un sonno profondo. Ancora niente. Provo a spostare lentamente la mano destra verso la mia testa che giace sempre a terra. E non accade nulla. Allora sento forte il rumore del mio respiro. Non so se posso muovermi ma so che tra poco ci proverò. Ho un dolore tra le scapole, ma forse è solo indolenzimento. Giro la testa e sento che mi fa male il collo. Anche dall’altra parte non vedo niente. Erba, nero e i fanali che illuminano la strada. Quelli non li vedo. Li indovino.&lt;br /&gt;Devo farcela. Deglutisco. Poi spingo sulle braccia e mi tiro su, piego le ginocchia e mi siedo. Non c’è più nessuno. Ho qualcosa che brucia in mezzo alle gambe e un po’ di strani dolori dappertutto. Ma sono viva. Lo sguardo mi cade sulla mia borsa. Appena un metro più in là. Chissà perché mi affanno a recuperarla. È aperta. Manca il portafogli. Il resto non so. Me la stringo sulla pancia. Le chiavi. Frugo freneticamente e non le trovo. Casa.&lt;br /&gt;Lo so, devo alzarmi. Mi sento come ubriaca. Ed è durissima. Ma ce la faccio. Mi tiro in piedi. Un po’ barcollante. Mi fa male la schiena, devo aver preso una botta. Temo di non riuscire a tenere gli occhi aperti. Però mi sforzo. Guardo verso casa. Poi dall’altra parte. E decido. Per l’ospedale.&lt;br /&gt;Saranno 500 metri. Poi il Pronto Soccorso. E la denuncia. Cosa avevo nel portafogli? Ci penserò dopo. Adesso devo camminare. Un passo dopo l’altro. Così. Brava. Procedo e inciampo. Mi rialzo e continuo. E ce la faccio. La luce dell’ospedale è sempre più vicina.&lt;br /&gt;Mi ritrovo seduta. Corridoio bianco e infermieri intorno. Mi fanno entrare in una stanzetta. Lettino e medico. Giovane, gentile. Cerco di raccontargli tutto e gli chiedo di avvertire la polizia. O i carabinieri. Come preferisce. Poi mi visita. Riempie fogli e fa domande. “Bisogna fare una radiografia”, mi dice. E subisco anche quella. Alla schiena. Il radiologo diagnostica: “ha una vertebra rotta”. Resto al Pronto Soccorso. Domani, domani, la denuncia.&lt;br /&gt;E l’indomani mi ritrovo al Commissariato. Devo andare a comprare un busto, mi hanno detto. Ma, per ora, devo sporgere denuncia: violenza, rapina. Mi fanno parlare, raccontare, tornare indietro, ripetere; ma mio marito dov’è? lo sguardo mi sfugge oltre la vetrata. Ed è allora che lo vedo: spinge un carrello e ha il berretto. Con un impenitente boccolo biondo che scappa alla calotta.&lt;br /&gt;Credo di essere svenuta. Mi risveglio sdraiata su una fredda panca in metallo con una donna in uniforme che mi schizza gocce d’acqua sul viso. “Dov’è?” le urlo in faccia. E lei risponde: “chi?”. “Il biondo”. Mi guarda con aria interrogativa e le sono già addosso: “non l’avrete fatto scappare?” e mentre urlo e domando, le metto le mani attorno al collo e stringo e agito la sua stupida testa. Mi arrivano addosso in tre. Mi immobilizzano e la liberano. “Dov’è?” urlo ancora “dov’è?” e ricomincio a singhiozzare.&lt;br /&gt;Quello che ricordo dopo è mio marito, che mi accarezza e piange. Poi un altro medico, che parla di shock, mi percuote le ginocchia con un martelletto, mi fa domande stupide (“come si chiama?”, “che giorno è oggi?”, “è sposata?” “ha figli?”), mi fa tendere le braccia in avanti, mi fa seguire il suo dito con gli occhi. Fin quando le mie pupille stanche intravedono, o credono di intravedere un bagliore. Il ricciolo è lì, lambisce appena l’orecchio del dottore. E io mordo. Il dito che ho davanti al naso. Così il mio interlocutore urla e altra gente arriva. Mi fanno un’iniezione. E mi sono svegliata. Qui.&lt;br /&gt;Apro gli occhi e faccio vagare lo sguardo. Che ho fatto per meritare questo? Nella memoria del mio computer mentale non trovo risposta. Perciò non so che farmene di questo cervello. Ci sarebbe sempre quella soluzione: via, tutto. Nel cestino. Pulizia. Pulizia. Pulizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;foto: JoeVelluto/ Sapone da bucato/ 2005&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-114769058592830725?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/114769058592830725/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=114769058592830725' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114769058592830725'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114769058592830725'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/05/infinite-storie-pulizia-una-volta-lho.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-28045583.post-114759741095328385</id><published>2006-05-14T11:01:00.001+02:00</published><updated>2011-09-14T18:01:04.891+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Uomini'/><title type='text'></title><content type='html'>Uomini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prefazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/1600/images-1.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://photos1.blogger.com/blogger/6614/2161/320/images-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;Ho incontrato Denzel Washington nel metrò di Parigi. Oddio, forse a ben vedere, non è proprio Denzel Washington. Ma è bello. Nero e bello. Magneticamente bello. A dire la verità sono stata ipnotizzata dal suo culo, non posso impedire al mio sguardo di seguire il guizzo del muscolo teso del suo gluteo mentre cammina. Come? No, no, non succede solo agli uomini di farsi ipnotizzare da un culo. La prova è qui, sotto quei calzoni ai quali i miei occhi non possono evitare di restare appiccicati. Mi sento ridicola. E immorale. Il Denzel Washington che sta occupando la mia mente e il mio attuale orizzonte avrà sì e no vent’anni. Cioè vent’anni meno di me. Che sia questa la chiave? 20. Oggi è il 20. Anzi, il 20022002. Presa da un impulso che immagino premonitore scarabocchio la cifra su un pezzo di carta. Poi mi affianco al sedere dei miei sogni e tendo la mano verso la mano di Denzel, che mi guarda e non capisce. Ma sente la carta sfiorargli la pelle. Così si ferma e apre il foglietto. Oh mamma, è davvero Denzel Washington. Legge e mi rivolge un’occhiata tra il perplesso e l’interrogativo. "È il suo numero di telefono, madame?” chiede facendomi soffrire la distanza tra i suoi anni e i miei. “No”, rispondo senza riflettere, “solo la data di oggi. Ci ha fatto caso? È palindroma”. Si trattiene dal ribattere l’inevitabile “pali-che?…”. Mi guarda invece come se fossi pazza, solleva le spalle e porta il suo magnifico sedere lontano da me. Ne ero sicura, non avrebbe mai potuto funzionare: l’approccio più idiota mai ideato da mente umana di media intelligenza. Il giorno palindromo, che idiozia. Più imbranata di quando ero adolescente. Quasi quasi questa sera, a casa, inauguro un diario. &lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;20 02 2002. Ho incontrato Denzel Washington nel metrò di Parigi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/28045583-114759741095328385?l=virginiedada.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://virginiedada.blogspot.com/feeds/114759741095328385/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=28045583&amp;postID=114759741095328385' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114759741095328385'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/28045583/posts/default/114759741095328385'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://virginiedada.blogspot.com/2006/05/uomini-prefazione-ho-incontrato-denzel.html' title=''/><author><name>virginie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11773019313646603569</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_iwn6lbK9tRo/SxviKgG9JMI/AAAAAAAABVk/Oe8R6LhYpWI/S220/paola.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry></feed>
